Ryszard Kapuscinski nel suo libro intitolato EBANO descrive in maniera molto approfondita il rapporto fra europei ed africani negli anni in cui i popoli africani stavano finalmente ottenendo l'indipendenza dai colonizzatori europei.

La tratta degli schiavi dura 400 anni. Inizia a metà del XV secolo e finisce nel 1936? Milioni di persone vengono rapite e trasportate oltre oceano in condizioni spaventose. I mercanti di schiavi (principalmente portoghesi, olandesi, inglesi, francesi, americani e i loro soci africani) spopolarono il continente condannandolo ad una vita vegetativa e apatica; ancora oggi vasti territori restano vuoti, trasformati un deserti. L'Africa non si è ancora ripresa dall'incubo di questa sciagura.

Ma la tratta degli schiavi ha prodotto anche una fatale ripercussione psicologica, avvelenando i rapporti interpersonali degli africani, fomentando l'odio, moltiplicando le guerre. I più forti cercavano di assoggettare i più deboli e di venderli al mercato, i re vendevano i sudditi, i vincitori i prigionieri, i tribunali i condannati.

. . .

Era la metà degli anni settanta. L'Africa entrava nel suo ventennio più buio. Guerre civili, rivolte, colpi di stato, carneficine. E con essi la fame per milioni di abitanti del Sahel (Africa occidentale) e dell'Africa orientale soprattutto Sudan, Ciad, Etiopia e Somalia): questi alcuni dei sintomi della crisi. L'epoca piena di speranze e di promesse degli anni cinquanta e sessanta era finita. A quel tempo la maggior parte dei paesi del continente si era liberata dal colonialismo, iniziando un'esistenza di stati indipendenti. Politologi ed economisti di tutto il mondo erano convinti che la libertà avrebbe automaticamente portato con sé il benessere, trasformando l'antica miseria nel regno dell'abbondanza.

Ma le cose erano andate diversamente. I nuovi stati africani erano diventati il teatro di accanite lotte per il potere, dove tutto era stato messo a profitto: conflitti etnici e tribali, forze militari, tentativi di corruzione, minacce di omicidio. Nello stesso tempo i nuovi stati si erano rivelati deboli, incapaci di espletare le loro funzioni fondamentali.

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Contrariamente alla maggioranza delle metropoli europee, che ha definitivamente rinunciato alla sua eredità coloniale, la Francia è un caso a parte. Dell'epoca passata le è infatti rimasto un grande e ben organizzato esercito di gente che ha fatto carriera nell'amministrazione coloniale, che ha trascorso (piuttosto bene) la vita nelle colonie e che in Europa si sente ormai estranea, inadatta, superflua. Inoltre questa gente è profondamente convinta che la Francia non sia solo un paese europeo, ma anche una comunità di tutti i popoli di cultura e di lingua francese: vale a dire, che la Francia sa anche uno spazio linguistico-culturale denominato Francophonie. Tradotta nel semplicistico linguaggio della geopolitica, questa filosofia sostiene che attaccare un paese francofono è come attaccare la Francia. A questo si aggiunge il fatto che i funzionari e i generali della lobby filoafricana soffrono ancora del complesso di Fascioda.

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In tutto il mondo le città si ingrandiscono a vista d'occhio, invase come sono da gente che intravede una speranza di vita più facile e meno faticosa; ma nel caso dell'Africa, sono entrati in gioco anche altri fattori che hanno ulteriormente potenziato l'iperurbanizzazione. Il primo è stata la catastrofe della siccità abbattutasi sul continente negli anni settanta e ottanta. I campi seccavano, il bestiame periva, milioni di persone morivano di fame.

Soprattutto nei paesi straziati dalle guerre civili e dal terrore dei warlords (signori della guerra), la città offriva un miraggio di pace, una speranza di sicurezza.

Così dunque siccità e guerre spopolarono le campagne e spinsero gli abitanti nelle città. Un processo che si protrasse per anni, coinvolgendo milioni, decine di  milioni di persone in Angola, in Sudan, in Somalia e nel Ciad. Praticamente ovunque.

La vera domanda è: Che fare di questa gente? Che fare della presenza sulla terra di questi milioni e milioni di persone, della loro energia non fruttata, della forza che si portano dentro e di cui nessuno sembra aver bisogno? Qual è la collocazione di questa gente nella famiglia umana? Quella di cittadini con tutti i diritti? Di parenti poveri danneggiati? Di intrusi invadenti?

Ryszard Kapuscinski  

EBANO  

Universale Economica Feltrinelli

Luttwak, gennaio 2016: "In Libia i militari americani avevano deciso di non andare. Fu Sarkozy a convincere Obama che bisognava intervenire subito e fu ovviamente una disfatta, come avevano previsto al Pentagono. Così adesso toccherà a voi italiani prendervi l'incarico di ricacciare indietro le bandiere nere del Califfato e riportare un po' di ordine fra le tribù del Nord Africa centrale, proprio come fece la buon'anima 80 anni fa". http://www.veramente.org/wp/?p=18507

Il ministro Frattini, settembre 2010, qualche mese prima di intervenire in Libia: "I rapporti che l'Italia ha con Gheddafi non li ha nessun altro Paese … puntando il dito contro la Libia non si ottiene nulla. Noi non lo abbiamo mai fatto, e anche per questo possiamo raggiungere risultati. Gheddafi ci apre le porte di tutta l'Africa". http://www.veramente.org/wp/?p=5789

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