Che ne sarà dei giovani, della cultura, del libero arbitrio, della riservatezza, in una società dominata da facebook? Quattro chiacchiere con Davide Marchi.

Agli albori di Internet, qualche sognatore ipotizzò, una volta connessa la maggioranza della popolazione, una società culturalmente democratica e ricca, in cui tutti sarebbero stati al contempo produttori e fruitori di contenuti, e il controllo dall'alto sarebbe stato praticamente nullo.

Oggi ci siamo. Dopo tante battaglie possiamo dire che l'internet è alla portata di tutti. Nel 2010, su 60 milioni e passa di abitanti in Italia, la copertura internet lascia fuori il 4% della popolazione, quindi il 96% della popolazione ha la possibilità un qualche accesso a internet.

A questo punto è lecito chiedersi come viene utilizzato dagli italiani il più potente strumento di informazione e comunicazione mai messo a punto. La risposta è sotto gli occhi di tutti: quasi solo social media. In rete ci sono soprattutto Facebook e un po' di Twitter, Google per le ricerche, e Wikipedia per informazioni di tipo nozionistico, soprattutto per lavori scolastici fatti col copia e incolla. Il resto sono briciole.

L'impressione è che la Rete abbia sostituito la TV: la maggior parte della comunicazione via internet è occupata da milioni di utilizzatori passivi, in grado solo di ripetere informazioni scritte da altri, o di dire facezie sul proprio conto.

Su facebook abbiamo da tempo espresso il nostro parere: è un mezzo chiaramente etero-diretto, è un'officina permanente di nuovi schiavi e, come strumento di comunicazione, non è assolutamente efficace come dicono (almeno non per i comuni mortali).

Ma che cosa ha spinto internet a diventare facebook? E questa cosa avrà conseguenze sulla nostra società? Per capirne qualcosa di più abbiamo fatto due chiacchiere con uno dei sognatori di cui sopra, uno che fin dall'inizio ha studiato la rete dal punto di vista sociale, delle sue potenzialità e delle sue promesse: Davide Marchi.

Veramente.org: Vi sono stati nel passato segnali che avrebbero dovuto far pensare alla facebookizzazione della Rete?

Davide Marchi:
Dieci anni fa la questione social network, perlomeno nei termini in cui lo conosciamo oggi, non si poneva. Strumenti come mailing list, forum e blog rispondevano egregiamente all'esigenza di chi sentisse forte l'esigenza di comunicare con qualcuno.

Poi è successo qualcosa di diverso. In un certo senso, le dinamiche tipiche dei media tradizionali, e la necessità a comunicare delle persone hanno trovato il modo di fondersi. Infatti attraverso il social network l'utente ha ora la possibilità di esibirsi, comunicando, a una platea anche numerosa, diventando così dapprima popolare e infine star.

In questo, il vantaggio immediato rispetto ai media tradizionali è dato dall'orizzontalità della comunicazione. I contenuti li decide l'utente e non il direttore della rete televisiva (che a sua volta deve prima attendere indicazioni dai partiti...) e nemmeno il network.

V. Ma che differenza c'è tra un blog, un forum e un social network?

D.
Essenzialmente la platea. Il numero dei potenziali destinatari del nostro show. Infatti mediamente il numero delle visite di un blog resta notevolmente inferiore a quelle di una pagina facebook.

E anche se non lo fosse all'atto pratico, lo resterebbe comunque sul piano teorico per l'utente finale, in quanto non esistono strumenti in grado di misurare le visite delle singole pagine all'interno di un social network e l'idea oramai dominante, che le "tue" pagine siano oltre che visibile ai tuoi amici, idealmente raggiungibili dagli amici degli amici che a loro volta hanno altri amici con amici che... la renderebbe presto tale.

Nel forum scrivo nella speranza di ottenere una risposta a un mio quesito o esigenza. Nel social network, scrivo forse per ottenere una risposta a un mio quesito o esigenza? Scrivo per relazionarmi o scrivo forse per mostrarmi, per esibirmi?

V. Cioè siamo passati da uno strumento utilitaristico al voyerismo/esibizionismo?

D.
Esatto, sto affermando che dal lato utente il social network non serva a comunicare (trasmissione + ricezione) ma che invece risponda a esigenze (apparentemente) più frivole legate a nostri recenti bisogni di voyeurismo collettivo compulsivo. Bisogni indotti (e da noi ottimamente accolti) sin dall'avvento dei tradizionali media televisivi, oggi inglobati stabilmente nel tessuto sociale e di recente travasati spontaneamente dagli stessi utenti attraverso i social media.

V. Quindi si tratta solo dello sfogo naturale di pulsioni frivole?

D.
Non solo: in tutto questo ci sguazza meravigliosamente "lo sponsor", l'investitore. Chiunque intenda attraverso il social network, fare profitto. E non sono in pochi.

V. E così si chiude il cerchio: utenti sterminati, sponsor, business...

D.
E la cosa non è da sottovalutare. In un momento in cui gli sponsor stanno abbandonando i media tradizionali e alla velocità con cui questo fenomeno si sta verificando, tempo qualche anno e con il temine medium tradizionale intenderemo facebook.

V. Se tutto si riduce a un contenitore in cui gli utenti si fanno veicoli volontari di messaggi pubblicitari, forse non dobbiamo preoccuparci troppo...

D.
Non è detto: al business tradizionale possiamo aggiungere un business (relativamente) innovativo, quello dei consensi politici attraverso la rete, di cui il social network diventa oggi la più innovativa e potente espressione. Ecco, che a questo punto possiamo parlare di vero e proprio "ecosistema analogico-digitale". Nelle mani di un solo soggetto, questo strumento manipolativo potrebbe essere pericoloso.

Attraverso una serie di azioni analogiche legate prevalentemente alla comunicazione, comunico, guadagno, e faccio propaganda partitica veicolando il tutto in un flusso digitale, onnipervasivo. Un business con i fiocchi per qualsiasi azienda, meglio se multinazionale in quanto più legata per sua stessa natura ai clientelismi partitici. In America tali meccanismi sono oggi più che consolidati, in Italia stiamo (stanno) facendo del nostro meglio.

V. Una macchina di consensi, come la televisione e i giornali?

D.
No, molto di più: la TV è oramai obsoleta, si può spegnere e mica te la puoi portare sul lavoro o in gita con la famiglia. Il medium sociale ha maggiori potenzialità: puoi fare in modo che l'utente sia lì ad ascoltarti, sempre, grazie a smartphone e tablet.

Smartphone (business) e social network (voyeurismo collettivo compulsivo e pubblicità) sono oramai elementi imprescindibili, uno vive dell'altro e viceversa. Il travaso è stato morbido e velocissimo allo stesso tempo. Questo per due aspetti essenziali: la necessità delle multinazionali di rendere omni-pervasiva la comunicazione e il bisogno (oggi ossessivo) da parte dell'uomo di mostrarsi. È vecchia scuola: individuato il bisogno, se ne costruisce attorno il nuovo modello di business.

V. Qualche anno fa se mi avessi descritto uno scenario del genere avrei pensato a un romanzo di fantascienza, oggi è realtà. Ma cosa ci aspetta ancora?

D.
La direzione intrapresa è terribile. Abbiamo sotto gli occhi un sistema che non tentenna minimamente di fronte alla possibilità di trasformare la persona in un perenne spettatore di democrazia. Ovviamente qui stiamo parlando di democrazia imposta, di regime dolce, insomma di una nuova forma di induzione morbida all'assoggettamento collettivo tramite i new media.

Tuttavia la questione social network/smartphone è agli inizi e non la possiamo considerare risolta. Le nanotecnologie stanno già permettendo la realizzazione di microchip sottocutanei dotati di geo-localizzatore che tanti cittadini americani si stanno facendo innestare volontariamente per la convinzione che ciò li possa proteggere dal terrorismo.

Detto ciò, quanto mancherà alla realizzazione e commercializzazione di uno smartphone sottocutaneo? Quanti di noi accetterebbero di acquistarne uno e di farselo innestare? Magari in cambio di una serie di benefit? Per esempio piano internet flat e chiamate gratis ai primi diecimila innestati verso tutti i numeri di rete mobile?

V. C'è un allarme sociale dovuto ai social media?

D.
Non sono uno studioso di psicologia, tuttavia osservo con grande meraviglia quanto sia stato facile per i social network inglobare milioni di utenti in pochi anni.

Quasi ogni giorno incontro persone e non posso non osservare negli individui un profondo senso di scollamento sociale. Da tempo l'essere umano ha perso il senso di appartenenza alla specie, a favore di un senso si appartenenza, più stretto, al gruppo.

V. Ma l'appartenenza, il branco, sono fenomeni che ci sono sempre stati.

D.
Sì, ma le relazioni sociali facevano da ammortizzatore. Ciò che difficilmente può accadere nella realtà si verifica invece (con estrema facilità) nel virtuale. Un mio amico virtuale pubblica qualcosa che io reputo inopportuno? Lo posso eliminare, con un click, senza bisogno di guardarlo negli occhi. Semplice, immediato ed efficace. Nel virtuale tutto è molto veloce e facile: non esistono attriti.

Ecco che in questo modo questi meccanismi comportamentali si fanno strada nelle logiche cognitive (soprattutto) del giovane utente e prendono il posto a quelle impartite dalla famiglia, dai libri e dalla ridotta (perché giovani) esperienza reale.

A scuola non mi hai passato il compito? Ti banno! Non mi passi l'mp3? Ti elimino dalla lista degli amici! Si viene così a creare una sorta di dicotomia comportamentale di relazione. Il valore di un amicizia o il un legame con una persona diventa "una cosa facile e veloce". Da gestire in scioltezza e senza tanti ripensamenti.

Diversamente invece da ciò che dovrebbe essere nella realtà: qualcosa che si sviluppa lentamente, che ha bisogno di tempo per crescere e e consolidarsi oltre che di argomenti solidi su cui poggiare.

V. Qualche anno fa si parlava spesso di software libero, di condivisione dei saperi. Oggi tutti affidano i propri dati personali a un'azienda e si fanno volontariamente vettori di pubblicità. Cosa impedisce la creazione di un social network opensource di successo?

D.
Principalmente la motivazione etica, forse anche il denaro, questo per potersi garantire l'indipendenza agli interessi delle lobby. Il Software Libero sfrutta come motore propulsivo il senso etico dei collaboratori in primis ma anche degli utenti, che vedono in questo un opportunità per migliorare il mondo.

Realizzare una piattaforma sociale a livello mondiale richiede ingenti investimenti sia in software che in hardware (server, locali climatizzati, connessioni cablate ad altissima efficienza, etc, etc).

Supponiamo di disporre di tanto denaro e di poterci permettere tutta l'infrastruttura necessaria. Serve a questo punto una motivazione etica. Ho pensato molto ma non riesco a trovarne una.

V. Sul fronte privacy come si pone un social network?

D.
Male, molto male. Più l'utente si espone, espone i suoi gusti e le sue preferenze, più l'investitore sarà in grado di formulare proposte commerciali specifiche e mirate. Questo significa che ogni logica di privacy sarà subordinata a una logica di tipo commerciale.

L'utente, spesso minorenne, pubblica una serie impressionanti di informazioni, anche strettamente personali. Pubblica "post", oggi visibili a tutti con le nuove policy di Facebook. Diventando così trasparente da permettere a chiunque ne abbia i mezzi e volontà, di realizzare campagne commerciali mirate. Per fare un esempio come quelle che già da tempo veicola Google.

In un contesto del genere ovviamente possono sorgere problemi anche di sicurezza personale, e per i più giovani anche pericoli legati direttamente o indirettamente a pedofilia.

Consideriamo ora il fatto che spesso il genitore non sapendo utilizzare il mezzo informatico, ignorandone le potenzialità e i rischi e non volendo appesantire la sua relazione famigliare (già difficile a causa di orari di lavoro insostenibili, del traffico, delle code al supermercato e di relazioni il più delle volte prive di argomenti di comunione) sia disposto ad acconsentire alle principali richieste economiche del figlio, otterremo così uno smartphone con connessione flat anche per il minorenne, e conseguente privacy azzerata.

E questo è  solo l'inizio.

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