Halloween risale a tempi remoti, ovvero al periodo in cui la Francia, l'Inghilterra, l'Irlanda, la Scozia e l'Italia centro-settentrionale facevano parte della cultura celtica, ma col tempo si è trasformata in una insulsa festa in maschera che non ha niente a che fare con il ricordo e il culto dei morti, che rimane una delle espressioni più alte di qualsiasi civiltà.

Il Gino abitava alle Bolsére, faceva il ferroviere. Aveva tribolato come tutti nella vita, ma sempre col sorriso sulle labbra ed anzi aveva il dono di trasmettere anche agli altri il suo buonumore. Era un'epoca in cui gli scherzi erano ancora una cosa seria. Gli scherzi venivano studiati e preparati per giorni, per settimane e poi rimanevano nella memoria collettiva di tutto il paese per anni. Come quella volta che, in piena notte, andarono a raccogliere l'uva che il Frusca aveva deciso di "vendemàr" il giorno seguente. Il Frusca - uno lungo e magro che si vantava in ogni occasione che il suo vino fosse il migliore di tutto il vicinato - non riuscì mai a capire che quello che gli amici gli offrivano in ogni occasione era proprio il vino prodotto con l'uva della sua vigna e il Gino, mentre raccontava questa storia a distanza di quarant'anni, rideva ancora a crepapelle.

Il Genio (Eugenio) aveva i campi al Tramonto, una contrada a ovest rispetto al centro del paese, portava sempre la coppola sulla testa pelata e curava il suo campo come fosse il giardino del re. Mi "insegnava" tutte le sue piante e mi spiegava come andavano "lavorate". Quando raccoglieva le primizie, ciliegie, pesche, cachi, le accarezzava con le sue mani lunghe e me le faceva assaggiare e i suoi occhi sorridevano contenti. Era socialista e antifascista, quindi malvisto in paese, ma quando alcuni delinquenti andarono a minacciare il parroco, lui si sentì in dovere di portargli la sua solidarietà. La Mariuccia, sua moglie, curava un giardino meraviglioso con dei fiori che ormai con coltiva più nessuno: rose profumatissime, dalie, zinnie, astri, viole, nontiscordardimé, mughetti, garofani…

Adelino, detto Benzina (con la zeta dolce) per la facilità con cui si infiammava, era nato nel 1886, era andato volontario in Albania, si era sposato, aveva avuto un figlio, aveva perso prima il figlio e poi la moglie, ma non si era dato per vinto. Gli piacevano le donne e a 65 aveva avuto un altro figlio, qualche mese dopo trovò il tempo per sposarsi, di mattina presto, con i due testimoni, prima che si svegliasse il paese, perchè subito dopo la guerra su queste cose si scherzava pochissimo. Riuscì ad avere ancora una figlia e continuò a lavorare finché una sera di maggio gli scoppiò il cuore, quando lui pensava di avere ancora tante cose da fare.

Il Tano (Gaetano) faceva il meccanico di aerei, era andato col duce a conquistare un posto al sole e non se la passava male nel corno d'Africa. Ma alla Virginia, sua legittima sposa, non piaceva l'idea di restare in Italia ad ammuffire. Fece i bagagli e andò anche lei in Abissinia, giusto in tempo per  ritrovarsi sotto il tiro incrociato dei caccia della RAF. Raccontava queste storie sorridendo, come se fossero degli eventi decisi dagli dei e non dal suo coraggio e dalla sua determinazione. Il Tano ci sapeva fare sul serio con gli attrezzi. Mi insegnò ad intagliare una nave da un ceppo di  legno duro, compatto, perché non si "crepasse" quando il lavoro fosse finito. Prima diede forma alla chiglia, poi scavò la parte interna dello scafo, vi inserì il ponte con una scaletta, mi fece vedere come si fissava l'albero e alla fine la dipinse tutta di rosso e di bianco. La Virginia, che era sopravvissuta all'Africa e alle bombe, preparò la vela, e con lo spago sottile la fissammo all'albero e alle murate. Così imparai da bambino una volta per tutte che con pochi attrezzi e un po' di fantasia si possono fare i miracoli.

Il Fiore (Fiorenzo) aveva la nostra età, ma la sorte si era accanita su di lui. Aveva la sclerosi multipla e una serie di deformazioni che l'avevano costretto in carrozzella già da bambino. In compenso la sfiga gli aveva insegnato a sviluppare delle qualità che noi ragazzi suoi coetanei avremmo conosciuto molto più tardi. Era molto più sveglio di noi, capiva le cose al volo ed aveva imparato a guardare in faccia la realtà. Aveva una determinazione incredibile e una vitalità eccezionale. Durante l'adolescenza riuscì per qualche tempo ad abbandonare la carrozzella e a camminare da solo, cosa che, date le sue condizioni, aveva dell'incredibile. Furono anni pieni di iniziative fantastiche, prendendo anche qualche rischio, bisogna ammetterlo. Come quel giorno che con la doppietta di suo padre andammo con una 500 col tettuccio apribile sotto una piramide dell'Enel, in novembre, quando centinaia di "sturlini" si raccolgono (sarebbe più giusto dire si raccoglievano, perché anche qua le cose sono cambiate) prima di affrontare la migrazione. Avevamo immaginato di fare una strage di storni e poi una cena di Babette, ma avevamo fatto male i conti. Con la 500 arriviamo pian piano fin sotto la piramide, nel punto in cui gli storni sono più fitti, apriamo appena il tettuccio e mettiamo fuori la canna della doppietta. "Tira tuti e due i grilletti - mi dice il Fiore - che li prendiamo tutti". Riuscii a tirare solo il primo grilletto e per qualche minuto non capii più nulla. L'esplosione e il conseguente spostamento d'aria dentro al piccolo abitacolo della 500, avevano quasi divelto il tettuccio. Noi due per qualche minuto non riuscimmo a comunicare: eravamo completamente sordi. Uscimmo a cercare gli uccelli, ma ne trovammo solo un paio.

Renzo era diventato ingegnere subito dopo la guerra, ma aveva un cuore troppo grande e non era per carattere un calcolatore. Così decise di farsi prete ed entrò al Don Calabria. Non si può dire che il suo contributo sia stato molto apprezzato dalla congregazione, in compenso fu molto apprezzato dagli uomini e dalle donne che stavano fuori dalla congregazione. Aveva il dono di rasserenare gli animi e di ridare la speranza a chi l'aveva persa. Da lui ti sentivi accolto comunque, anche se eri impresentabile. Era un combattente e non gli difettava il coraggio. Nel 1968 l'avevano messo a fare il Maestro dei giovani aspiranti preti del Don Calabria. A Renzo questi ragazzi rinchiusi in collegio non gli sembravano nel posto giusto. Così convocò i seminaristi e spiegò loro che dovevano tornare nelle rispettive famiglie, andare a scuola insieme ai loro coetanei e poi, una volta finite le superiori, se fossero stati ancora dell'idea, se ne sarebbe riparlato. Naturalmente si scatenò la peggior tempesta clericale che le rive dell'Adige avessero mai vista e lui dovette riparare a Bologna, dove si riciclò come cappellano del carcere.

A 30 anni di distanza, un giorno che lo stavo accompagnando in macchina a Bologna, mi domandò a bruciapelo: "Senti, ti che te si stà in colegio da picolo, te par che ho fato ben a mandar a casa sua i seminaristi o senti stà esagerato?".  "T'è fato la roba giusta", gli risposi e ancora stento a credere che siano potute esistere persone del genere.

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