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Siamo diventati dei virus per il pianeta

 

Un virus è un parassita che si replica a spese del suo ospite, talvolta fino ad ucciderlo. Questo è quello che il capitalismo fa con la terra.

Philippe Descola è un antropologo francese, allievo di Claude Lévi-Strauss, insegna al Collège de France. Intervistato da Le Monde spiega che questa pandemia deve condurre a una "politica della Terra" intesa come una casa comune il cui uso non può più essere riservato solo agli uomini.
Intervista su Le Monde 22.05.2020

In che modo questa pandemia globale è un "fatto sociale totale", come diceva Marcel Mauss, uno dei fondatori dell'antropologia?
Un fatto sociale totale è un'istituzione o degli eventi che mettono in movimento una società, che rivela le sue radici e i suoi valori, che scopre la sua natura profonda. In questo senso, la pandemia è un reagente che condensa, non le peculiarità di una società particolare, dato che si tratta di una società globale, ma alcune caratteristiche del sistema che governa il mondo attuale, il capitalismo postindustriale.
Quali sono? In primo luogo, il degrado e la contrazione senza precedenti di ambienti scarsamente antropizzati a causa del loro sfruttamento da parte di agricoltura estensiva, agricoltura industriale, colonizzazione interna ed estrazione di minerali e combustibili fossili. Questa situazione ha prodotto come effetto che le specie selvatiche che ospitano i patogeni si sono trovate a contatto diretto con gli esseri umani che vivono in ambienti molto densamente abitati. Ora le grandi pandemie sono delle zoonosi, delle malattie che si propagano passando da specie a specie e la cui diffusione è in gran parte dovuta a sconvolgimenti ecologici.

Secondo punto: l'esistenza lampante di disuguaglianze messe in evidenza dalla situazione di crisi all'interno di ogni paese e fra i paesi, che rendono le conseguenze molto diverse a seconda della condizione sociale ed economica in cui uno si trova. La pandemia permette di verificare questa constatazione dell'antropologo David Graeber: più un lavoro è utile per la società, meno viene pagato e considetato. Si scopre all'improvviso l'importanza cruciale delle persone da cui dipendiamo per curarci, per nutrirci, per smaltire i rifiuti, persone che sono le più esposte all'epidemia.

Terzo punto: la rapidità di propagazione della pandemia. Che le malattie facciano il giro del mondo non è una novità; è la rapidità con cui questa epidemia si è propagata ad attirare l'attenzione sulla forma presente di mondializzazione, che sembra totalmente pilotata dalla regia invisibile del mercato, vale a dire dalla regola del profitto più rapido possibile. Quello che salta agli occhi, particolarmente per la penuria di maschere, di test o di molecole terapeutiche, è una divisione internazionale della produzione fondata su due omissioni: quella del costo ecologico del trasporto delle merci e quella della necessità di una divisione locale del lavoro nella quale tutti i saperi siano rappresentati.

Questa crisi è dovuta alla devastazione del pianeta o al contrario dobbiamo considerare che le epidemie fanno parte della storia, e che l'uomo deve fare prova di umiltà?
Come studioso della storia americana, io sono dolorosamente cosciente del prezzo che le popolazioni amerinde hanno pagato per aver incontrato le malattie infettive portate dai colonizzatori europei: tra il XVI° e il XIX° secolo in certe regioniè scomparso il 90% della popolazione. Le epidemie ci accompagnano dall'inizio della presenza umana sulla terra. Semplicemente lo sviluppo dello Stato assistenziale, a partire dall'Europa della fine del XIX° secolo, ha portato a far dimenticare chi ne ha beneficiato che il rischio e l'incertezza continuano ad essere delle componenti fondamentali del nostro destino collettivo.

Perchè il capitalismo moderno è diventato una specie di virus del mondo? E' tutta colpa del capitalismo, anche se non sembra che queste pandemie non siano prive di legami con i mercati di animali vivi e con la medicina tradizionale cinese?
Un virus è un parassita che si replica a spese del suo ospite, talvolta fino ad ucciderlo. Questo è quello che il capitalismo fa con la terra dall'inizio della rivoluzione industriale, senza rendersene conto per molto tempo. Adesso lo sappiamo, ma sembra che abbiamo paura del rimedio, che noi conosciamo bene, vale a dire uno sconvolgimento dei nostre abitudini di vita. Senza dubbio i mercati cinesi tradizionali contribuiscono alla sparizione del pangolino e del rinoceronte, ma le reti di contrabbando di specie protette che li alimentano funzionano secondo una logica perfettamente capitalista. Per non parlare del capitalismo selvaggio delle compagnie cinesi o malesi operanti in Indonesia, che lavorano mano nella mano con le piantagioni di palme da olio e con le industrie agroalimentari. A non operare secondo questo modello sono le popolazioni autoctone del Borneo e di altre regioni del mondo, che difendono i loro territori dalla deforestazione. Il capitalismo è nato in Europa, ma non è definibile etnicamente. E continua a propagarsi come un'epidemia, solo che non uccide direttamente quelli che lo praticano, ma le condizioni di vita a lungo termine di tutti gli abitanti della terra. Noi siamo diventati dei virus per il pianeta.

Questa crisi potrebbe essere l'occasione per concepire in maniera diversa i rapporti fra cultura e natura, fra umani e non umani? O non saremo tentati di aumentare la distanza tra "noi" e "loro" proprio in ragione delle zoonosi?
A cavallo del XVII° secolo si è fatta strada in Europa una visione delle cose che io chiamo "naturalista", fondata sull'idea che gli umani vivono in un mondo separato da quello dei "non umani". Sotto il nome di "natura", questo mondo separato poteva diventare oggetto di ricerca scientifica, risorsa illimitata, serbatoio di simboli. Questa rivoluzione mentale è una delle fonti di sfruttamento offerto dalla natura al capitalismo industriale e nello stesso tempo di sviluppo senza precedenti della conoscenza scientifica.
Ma essa ci ha fatto dimenticare che la catena della vita è formata da collegamenti interdipendenti, alcuni dei quali non sono vivi, che non ci permettono di astrarci dal mondo a nostro piacimento. Il "noi" non ha alcun senso se pensiamo che il microbiota di ciascuno di noi è composto da migliaia di miliardi di "loro", o che il CO2, che io emetto oggi avrà effetti sul clima per migliaia di anni. I virus, i microorganismi, le specie animali e vegetali che noi abbiamo modificato nel corso dei millenni sono nostri commensali nel banchetto talvolta tragico della vita. E' assurdo pensare che noi possiamo prendere le distanze per vivere in una bolla.

I popoli autoctoni dell'Amazzonia si chiudono, si disperdono e si ritirano per far fronte all'epidemia. Dobbiamo anche noi riparaci dietro le nostre frontiere e nazioni? E' la fine non solo della mondializzazione, ma anche di un certo cosmopolitismo?
Se parliamo di cosmopolitismo nel senso del sociologo Ulrich Beck, vale a dire una coscienza acquisita da gran parte dell'umanità che essa spartisce un destino comune perchè è esposta agli stessi rischi, allora si vede bene che è illusorio chiudere le frontiere. forse si rallenterà la propagazione del corovid19, ma non si potrà impedire che un'altra zoonosi esploda altrove. Sopratutto non potrà respingere la nuvola di Tchernobyl o l'innalzamento del mare. E se alcuni Amerindi dell'Amazzonia hanno la possibilità di impedire ad altri essere umani di penetrare nel loro territorio perchè questi sono portatori di malattie o cercatori d'oro, essi sono comunque molto più accoglienti verso i non umani, che considerano appartenenti alla loro famiglia.
E' in questo senso che la parola cosmopolitico potrebbe assumere tutto il suo significato. Non come un prolungamento del progetto kantiano di formulare delle regole universali attraverso le quali gli umani potrebbero condurre una vita civile e pacifica. Ma nel senso letterale, come una politica del cosmo.


Una politica della terra intesa come una casa comune il cui utilizzo non è più riservato ai soli umani. Questo implica una rivoluzione del pensiero politico della stessa ampiezza di di quella realizzata dalla Filosofia dei Lumi e poi dai pensatori del socialismo. Si vedono dei segni anticipatori. In molti paesi è stata data una personalità giuridica a degli ambienti di vita (montagne, laghi, territori), capaci di far valere i loro interessi attraverso agenti il cui benestare dipende da quello dei loro mandatari.
In molti paesi poi, compresa la Francia, dei piccoli collettivi si sono separati dal continuo movimento di appropriazione della natura e dei beni comuni che caratterizza lo sviluppo dell'Europa, e del mondo, dalla fine del XVI° secolo. Essi mettono l'accento sulla solidarietà fra le specie, sull'identificazione con un territorio, la preoccupazione per gli altri e l'equilibrio dei ritmi della vita piuttosto che sulla competizione, la proprietà privata e lo sfruttamento estremo dei prodotti della terra. E' un vero cosmopolitismo, in pieno esercizio.

Assistiamo ad un punto di svolta antropologico del pensiero francese con la nascita di una nuova generazione, formata da Bruno Latour e da lei, che non separa più in maniera radicale gli umani dai non umani?
Possiamo chiamarla una svolta antropologica, se vogliamo, a condizione di aggiungere che, paradossalmente, si tratta di una antropologia che è diventata meno antropocentrica, perchè ha cessato di relegare i non umani ad una funzione di contorno e di ridurre le loro proprietà alle aspirazioni e alle regole che gli umani proiettano su di loro. Uno dei modi per arrivare a questo fu di presentare i non umani come degli attori a pieno diritto sulla scena delle analisi sociologiche, facendoli uscire dal loro ruolo abituale di bambole manipolate da un abile ventriloquo.
E' un esercizio che risale indietro per parecchi secoli di eccezzionalismo umanista nel corso del quale i nostri modi di pensare hanno reso inconguo che delle macchine, delle montagne o dei microbi possano diventare autoreferenziali. Era necessario per questo trattare il non umano come un "fatto sociale totale" giustamente, vale a dire trasormarlo in una sorta di pianeta attorno al quale gravitano molti satelliti. Ho definito questo approccio "antropologia della natura".

Si parla di un "mondo del dopo", col rischio di non pensare al presente. Sarà importante cambiare il più rapidamente possibile?
Si può sempre sognare. Allora, alla mano: instaurazione di un reddito di base; sviluppo di rappresentanze di cittadini tirati a sorte; imposta ecologica universale proporzionale all'impronta del carbonio; tassazione dei costi ecologici della produzione e del trasporto di beni e servizi; sviluppo dell'attribuzione della personalità giuridica alle varie forme di vita; ecc.

Traduzione: M. Spezia

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