Località La Mandrie, Grezzana VR, verso la Valpolicella. In quest'area non è mai esistito un vigneto. Per la sua realizzazione si è eliminato un tratto di querceto-carpineto faticosamente ricostruito dalla natura dopo l'abbandono, nel dopo guerra, di questa terra marginale. Si può notare che il vigneto è infossato e conseguentemente con scarsa produttività. Come si vede nella foto, l'area è stata sottratta al bosco. I vigneti su terreni marginali stanno aumentando ovunque nella nostra provincia.

Se girate per le campagne della collina veronese, osserverete una pesante trasformazione del terri-torio avvenuta negli ultimi 20 anni (dagli anni Novanta in poi). Molti boschi di querceto-carpineto sono stati estirpati per dare spazio alla coltivazione vitivinicola. In tutta la Valpolicella, per esempio, l'interven-to di trasformazione delle campagne da coltivazioni miste a vigneto ha subito una crescita impressionan-te. Ciò ha danneggiato (è proprio il caso di dirlo) un patrimonio naturalistico che si era formato, dal dopo guerra ad oggi, con l'abbandono delle coltivazioni dei terreni marginali da parte di molte famiglie contadi-ne che sceglievano di andare a lavorare in fabbrica e in città piuttosto di rimanere a lavorare in campa-gna. Fu un processo utile, perché permise un alleggerimento della pressione antropica sul territorio colli-nare con la conseguente formazione di boschetti, radure (anche prati aridi) e fasce vegetazionali idonee a creare un ambiente favorevole agli animali selvatici. Se si va ancora oggi in val Gallina (sopra Avesa), si possono notare relitti di queste coltivazioni un tempo presenti e ora abbandonate.

Si è assistito, negli ultimi due decenni, come detto, a un radicale cambiamento dell'ambiente colli-nare dovuto a una vera e propria aggressione agricola legata alla coltivazione della vigna. A che cosa è dovuto ciò? L'apertura dei mercati esteri e l'alto ricarico dei prezzi che ha subito in questi anni il vino ha indotto i nostri produttori ad aumentarne la produzione per maggiori guadagni. All'esportazione, sotto la voce "vino" si nota il maggior gettito economico per quanto riguarda la provincia di Verona. La domanda di questo bene, malgrado il costo, è crescente. È ovvio che ciò stimola la speculazione e l'orientamento verso un sistema produttivo sempre più spinto, senza riguardo alcuno per l'ambiente. Conversando con i proprietari di aziende vitivinicole, si percepisce subito il loro bisogno di espansione che, però, spesso è giustificato solo dal desiderio di aumentare i profitti, senza alcuna attenzione né per la qualità del vino prodotto, né per l'impatto ecologico che queste espansioni provocano.

Innanzi tutto, diciamolo subito, il vino pur essendo un prodotto alimentare buono, nel senso che piace (a me piace il vino, sia ben inteso), non è così salutare come si crede. Il vino, infatti, contiene al-cool (sostanza molto tossica per l'organismo) e gli eccipienti benefici che contiene (per esempio il resve-ratrolo, un anti ossidante naturale) non sono così significativamente benefici come si crede. C'è di più. I trattamenti agrari, biochimici della vite contro i suoi parassiti, il diserbo chimico lungo le fasce di terreno che ospitano le piante, sono assai tossici e, come è stato dimostrato abbondantemente, non si inertizzano completamente nelle fasi di passaggio dall'uva sulla pianta al vino. Perciò, nel processo di fermentazione del mosto pur constatando l'efficace lavoro di pulizia fatto dagli enzimi e dai batteri presenti nel mosto, molte sostanze tossiche rimangono anche dopo nel vino.

A parte il prodotto alimentare "vino", è importante capire il danno che il vigneto causa al territorio.

La vite, com'è noto, è una pianta le cui radici, per come è coltivata, non sono in grado di stabilizza-re bene il terreno. Quando si estirpa un vigneto, si vede subito che esso ha una scarsa funzione di con-tenimento del terreno e che quindi non può opporsi a eventuali ruscellamenti e conseguenti smottamenti causati da piogge persistenti. Siccome i vigneti colonizzano normalmente i pendii collinari (a volte anche scoscesi), si può ben immaginare ciò che potrebbe succedere dopo un periodo prolungato di piogge, in questi terreni. Abbiamo già sperimentato in Italia la conseguenza di piogge torrenziali in territori vitivini-coli (si ricordi ciò che accadde in Piemonte (Langhe), in Toscana e in Liguria qualche anno fa) e sappiamo anche quanto sia grande il costo di questi danni per le popolazioni residenti in quei luoghi.

Nonostante che il servizio forestale dello Stato, spesso, si sia opposto alla volontà degli agricoltori di espandere i vigneti e di attuare una coltivazione intensiva eliminando le fasce vegetazionali di protezio-ne della collina, la forza politica dei consorzi e le associazioni degli agricoltori ha avuto, e ancora ha, la meglio. Comunque, è noto che le macchie boscose a scacchiera, frammiste a zone agrarie, si sono dimo-strate importanti strumenti per tutelare il territorio, permettendo di avere a fronte di una coltivazione agricola produttiva, anche un miglioramento dei suoli e delle fasce di protezione delle aree collinari. Questo metodo di gestione delle campagne, a macchia di leopardo (con corridoi collegati di piante selva-tiche e di aree boscose), dovrebbe essere esteso a tutto il territorio nazionale e alla nostra provincia in particolare, in quanto la sua attuazione permette al territorio di conservare la biodiversità.

L'aumento dell'intensità produttiva del vigneto diventa un pesante fardello per la collettività non appena si assiste a una parossistica attività di trasformazione delle aree collinari marginali. Qualche anno fa, in località "Le Mandrie", nel comune di Grezzana, ho assistito a dei lavori d'impianto di un vigneto che nulla avevano di ragionevole, eppure erano stati permessi da qualcuno. Vennero tolti alberi, tra cui un sorbo degli uccellatori (secolare!) che era l'emblema della zona, poi con una ruspa vennero tolti gli strati di terreno che coprivano la roccia calcarea sottostante, infine con l'escavatore venne frantumato il primo strato di roccia per una trentina di centimetri di profondità. I massi frantumati vennero messi da parte e portati via. Venne, quindi, riportato lo strato di terra prima tolto, e poi aggiunto un ulteriore nuovo strato di copertura per aumentare lo spessore del terriccio. Infine, venne impiantato il vigneto. Il processo, di per sé è costosissimo, ma ha evidentemente un forte ritorno economico. Infatti, mi è stato detto da molti produttori storici di vino della Valpolicella, che l'unico intento di chi si comporta così è quello di speculare e poter avere diritto di aumentare la produzione di vino e di accedere a finanziamenti della comunità economica europea. Non importa quindi se questi lavori abbiano lo scopo di aumentare, di fatto, la pro-duzione; ciò che conta è dimostrare di possedere una certa superficie destinata a vigneto. In base a questo è possibile dichiarare un certo livello di produzione vitivinicola, indipendentemente dall'avérla dav-vero. La valutazione della produttività di un vigneto è stabilita solo dagli ettari di terra posseduti dai proprietari e destinati a questa attività e non dalla reale produzione d'uva del terreno. In conseguenza di ciò i produttori possono comprare vino in altri luoghi d'Italia e venderlo quindi come Valpolicella doc. Un vero danno per la collettività e per i produttori storici locali.

Il parossistico bisogno di produrre, anche in terreni non vocati storicamente alla produzione d'uva, porta anche a trattamenti straordinari del vigneto con la messa in sito d'impianti irrigui che dimostrano, proprio quando si fanno, la non adattabilità del vigneto al territorio. Infatti, nei siti di antica produzione della vite in Valpolicella non è mai apparsa la necessità di irrigare con impianti speciali.

Infine, c'è un'altra questione: è un'ipotesi o, forse, qualcosa di più. Supponiamo che X sia un proprietario di un ettaro di terra boschiva in zona collinare con produttività marginale molto bassa (il bosco non rende niente o quasi). Sia, inoltre, Y un viticultore interessato ad aumentare la sua proprietà terriera in zona della Valpolicella doc al fine di aumentare la produzione di uva e quindi di vino. Il signor X, per varie ragioni, decide di vendere la sua proprietà a Y. Il prezzo di mercato di quell'ettaro di terra marginale è basso. Supponiamo che sia di 30000 euro (bosco ceduo). X sa che il produttore di vino, Y, che acquisterà e trasformerà il terreno da boschetto a vigneto, farà aumentare il prezzo di quello stesso pezzo di terra anche fino a dieci volte. Perciò, X per quel suo terreno chiederà a Y un prezzo maggiorato condizionato a questo presunto incremento di valore associato alla trasformazione futura che il nuovo proprietario farà. Il prezzo sarà decisamente superiore a quello di mercato. Supponiamo che X chieda a Y un prezzo, per esempio, di 100000 euro. Y, pur di avere la proprietà di quel terreno in zona doc, sarà disposto ad acquistare a questo prezzo decisamente superiore. L'operazione diventa di pura natura speculativa: sia il venditore, sia il compratore guadagnano a scapito dell'interesse di tutti per il danno ambientale di una trasformazione della collina in vigneto. C'è bisogno di nuove legge? No. Le norme a tutela del territorio ci sono. Purtroppo mancano rigorosi controlli, la capacità di uniformare il comportamento dei controllori e la trasparenza politica e amministrativa che deve manifestarsi in ogni metodologia volta a prevenire e controllare.

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