Il 25 febbraio scorso, presso il teatro di Cologna Veneta, Legambiente ha organizzato un incontro "sull'inquinamento delle falde acquifere da PFAS", acronimo che sta per sostanze perfluoro-alchiliche. Le 400 persone presenti in sala hanno scoperto che la loro acqua è meno azzurra e meno chiara di quel che sembra.

Hanno parlato gli esponenti locali e nazionali di Legambiente, il dott. Vincenzo Cordiano, medico ISDE, e il prof Gianni Tamino, biologo universitario.

Sono intervenuti inoltre il direttore di ARPA Vicenza, che ha illustrato la vastità e la gravità dell'inquinamento, prodotto dalla ditta  Miteni di Trissino, l'assessore alla sanità Coletto, il direttore del Dipartimento di Prevenzione dell'ULSS 20, dott. Valsecchi, e alcuni Sindaci dei 30 Comuni coinvolti dal problema.

Alla fine un vivace dibattito con numerosi interventi dal pubblico, interventi che hanno evidenziato un altissimo livello di preoccupazione per la salute, riassumibile nella domanda: "posso far bere l'acqua del rubinetto ai bambini?". Le risposte sono state di due tipi:

- , sulla base delle conoscenze attuali (Valsecchi);

- no, se potessi scegliere (Tamino).

Gli interventi hanno delineato un quadro di inquinamento molto vasto, iniziato oltre 40 anni fa, sempre  ad opera della medesima ditta chimica di Trissino, all'imbocco della Val d'Agno. Il primo episodio risale al 1976, ad opera della medesima ditta, allora denominata Rimar (Ricerche Marzotto), che sversò fluorurati  sintetizzati per la produzione di Triflurarin, un diserbante.

Nel secondo semestre 2013 l'IRSA-CNR ha condotto una ricerca sulla presenza di fluoro-composti nelle acque sia superficiali che profonde, rilevando concentrazioni molto alte di sostanze perfluoro-alchiliche nelle acque potabili di 30 Comuni dell'ovest vicentino e del basso veronese. Si è risaliti alla fonte inquinante, la Miteni di Trissino appunto.  Un intervento sugli scarichi inquinanti della ditta è stato seguito dall'ARPA di Vicenza.

Non esistendo parametri di legge per le concentrazioni massime di queste sostanze, l'ULSS di Verona ha adottato provvisoriamente gli indici usati in Germania, ed in contemporanea è stato chiesto dalla Regione Veneto al Ministero della Salute di indicare dei limiti di sicurezza. Nel frattempo l'Ente gestore, Acque Veronesi, ha chiuso tre pozzi ed ha posto filtri a carbone attivo sugli altri 4, riuscendo a mantenere le concentrazioni al di sotto dei livelli indicati dall'ULSS. Le indicazioni ministeriali sono arrivate in gennaio di quest'anno e pongono i limiti di sicurezza ("valore obiettivo provvisorio tossico logicamente accettabile") a livelli superiori a quelli tedeschi.

C'è il serio sospetto che concentrazioni molto più alte si trovino nei pozzi privati, meno controllati e quindi con acqua non potabilizzata.

C'è da dire però che l'assunzione dell'inquinante avviene solo in minima parte attraverso l'acqua; indicativamente per  circa il 90% avviene attraverso altri alimenti inquinati quali uova, pesci,  verdura coltivata in terreni inquinanti  (insalata, patate, carote, ecc).

La gravità del problema è quindi di portata enorme in considerazione dell'alto bioaccumulo e dell'alta persistenza delle sostanze perfluoro-alchiliche che vengono convogliate nei vari strati delle falde acquifere, ripescati e redistribuiti con l'irrigazione o con l'utilizzo di acque inquinate per il raffreddamento di cicli industriali, o semplicemente con la reimmissione attraverso le risorgive.

Uno studio su 70.000 persone che vivono in Ohio, in una zona inquinata dalla Dupont con le stesse sostanze, ha concluso che esiste una "probabile correlazione con 6 tipi di patologie": ipercolesterolemia (e quindi aumento del rischio cardiocircolatorio), colite ulcerosa, malattie della tiroide, tumori dei testicoli e del rene, ipertensione indotta dalla gravidanza e preeclampsia .

Alle concentrazioni attuali sembrerebbe, secondo le conoscenze attuali, che non sussistano problemi immediati per la popolazione, ma il principio di precauzione impone di affrontare la situazione con la massima cautela.  C'è da chiedersi cosa possa succedere con una esposizione prolungata, per altro già subita dalla popolazione interessata fino a pochi mese fa.

Gli interventi attuali di prevenzione si limitano all'installazione di filtri a carboni attivi, parzialmente efficaci e molto costosi; sembra in arrivo una convenzione con l'Istituto Superiore di Sanità probabilmente per l'avvio di studi di popolazione ed ambientali.

La richiesta della popolazione è di non dover pagare i costi dell'acqua inquinata né i maggiori costi della depurazione, di avere maggiori certezze sanitarie e approvvigionamento idrico ed alimentare sano.

A nostro avviso vanno attivate le seguenti iniziative:

•             Dare concretezza al concetto che chi inquina paga, chiedendo con forza alla Regione e ai Sindaci interessati di far pagare i danni alla ditta Miteni, attualmente al 100% di proprietà del Gruppo Mitsubishi, sia sostenendo le spese per la bonifica dell'inquinamento sia gli studi sulla popolazione.  La cosa va fatta rapidamente e con assoluta determinazione per impedire precipitose fughe con chiusura della produzione.

•             Censire  attivamente i pozzi privati, senza aspettare la segnalazione dei singoli proprietari, spesso timorosi in presenza di abusi o mancate denunce,  avviando una campagna di dosaggio delle sostanze inquinanti.

•             Avviare una fitta rete di controlli sui prodotti alimentari dosando la presenza dei PFAS.

•             Avviare uno studio epidemiologico sulla popolazione esposta.

•             Programmare il rafforzamento della rete idrica creando  connessioni fra i diversi acquedotti e in modo da poter bypassare quelli interessati  da questo e da eventuali futuri inquinamenti.

Relazione a cura delle associazioni Il Carpino e Legambiente.

Per approfondimenti veder la relazione dell'ISS recuperabile al seguente indirizzo: prevenzione.ulss20.verona.it ...

 

 

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