Non si tratta dell'attrezzo per dattilografare, ma di un software che, da solo, scrive articoli da pubblicare via web. Un'altra tegola per i giovani in cerca di occupazione?

Il lavoro, negli ultimi decenni, ha subito una drastica involuzione. Accompagnato dalla riduzione dell'importanza delle attività artigianali e delle piccole aziende a vantaggio delle produzioni industriali e delle multinazionali, la qualità del lavoro si è ridotta in virtù della parcellizzazione e della semplificazione delle operazioni.

Non sappiamo se questo sia il risultato dell'ennesimo complotto ai danni della classe lavoratrice, o se sia una tendenza  connaturata al nostro sistema economico. Ma il fatto resta: il lavoro si è notevolmente impoverito e de-professionalizzato, e si è caricato di riproducibilità e meccanicità.

Non occorre essere dietrologi per notare come questo svilimento porti con sé la svalutazione del lavoro, e quindi il suo deprezzamento sul mercato. Questo moto, ammesso e non concesso che sia non intenzionale, ha provocato la riduzione del costo del lavoro, a vantaggio delle imprese, sopratutto quelle multinazionali, le uniche a potersi permettere sistemi di progettazione, centri di assistenza, apparati commerciali costosi e centralizzati.

La de-localizzazione è uno degli aspetti di questo immenso movimento che porta le multinazionali a esternalizzare il lavoro manuale accentrando presso di sé quello intellettuale (progettazione, commercializzazione, burocrazia, amministrazione).

L'ultima barriera a questa de-localizzazione/parcellizzazione era costituita dal lavoro intellettuale: è piuttosto semplice trasferire a migliaia di km operazioni manuali ripetitive, meno semplice è portare nei paradisi lavorativi compiti di natura concettuale.

Invece le parole di Danilo Moi ci hanno mostrato il contrario: le multinazionali hanno esternalizzato (cioè portato in luoghi dove il lavoro costa meno) tutte quelle mansioni che richiedono un linguaggio semplice, accessibile a tutti, e quindi banale, trattenendo presso di sé quelle non accessibili per vari motivi (tecnologici, legali, ecc.), quindi quelle più remunerate.

Questo ha fatto sì che, nel fiorente mercato del web, anche una fetta maggioritaria del lavoro intellettuale sia stata esternalizzata. Al riparo dalla globalizzazione del lavoro non c'è più niente. L'unica salvezza per i giovani (e non solo per loro!) che si approcciano al mondo del lavoro è quella di acquisire competenze non banali, o linguaggi complessi, per dirla alla Moi.

A rafforzare queste convinzioni ci giunge la notizia che una startup di Chicago (Illinois - USA), la Narrative Science, sta commercializzando un software in grado di elaborare i dati forniti per produrre un articolo di senso compiuto. Il tutto avviene con la velocità e la riproducibilità tipica delle macchine elettroniche.

Le prime applicazioni pratiche di Narrative Science sono state con il giornalismo sportivo, in particolare una serie minore del baseball: inserendo il numero di lanci di ciascun giocatore, i punteggi parziali e gli eventuali punti segnati da una e l'altra squadra, ne esce un articolo del tutto paragonabile a quello di un qualsiasi giornalista.

Inquadriamo convenientemente la questione: quando si parla di startup, nove volte su dieci si parla di aziende fondate da giovani sedicenti geni che iniziano un'attività col solo scopo di farsi acquistare da qualche ricco frescone.

Nel caso di Narrative Science questo fatto è evidente: il livello tecnologico attuale non permette di sostituire un buon giornalista con una macchina. Non siamo in grado di superare il test di Turing, figuriamoci quanto siamo lontani da far scrivere le macchine al posto nostro.

Eppure, se guardiamo al percorso dell'informazione via web, forse i genietti di Narrative Science non hanno proprio tutti i torti. Non è necessario che la macchina arrivi al livello del giornalista: potrebbe essere sufficiente che il livello dell'informazione via internet arrivi a poter essere gestito da una macchina.

Ed è proprio quello che sta succedendo: l'informazione che viaggia per il web è sempre più breve, più scarna, deve arrivare al punto in poche parole, perché "l'utente non ha tempo".

Lontani dai tempi in cui i blog erano strumenti di approfondimento, oggi impazza la stupidera via facebook o twitter, ovvero usiamo il web per descrivere come ci sentiamo in questo momento o quanto buoni erano i ravioli che abbiamo mangiato a pranzo.

Dunque, una volta che si sarà completata, come direbbe Moi,  l'involuzione della cultura "a mero meccanismo pubblicitario", non sarà difficile mettere delle macchine al posto delle persone per scrivere i contenuti. E forse il software degli spennagrulli di Narrative Science sarà fin troppo sofisticato per lo scopo.

In fondo, direbbe il nostro vate, il maggior merito del settore informatico è quello di aver realizzato al contrario il sogno di Turing: uomini che pensano come le macchine.

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