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Informazione e ambiente veronese

Il massacro del SIC

 
Dorsale della Cola

Qui si possono osservare le contrade poste sul versante orografico sinistro del Vajo Borago: da nord verso sud Costagrande, Canova, Scalucce, Monte Mezzano e la zona della Cola e ovviamente tutti i vigneti che sono stati fatti negli ultimi anni all'interno del SIC.

 

Purtroppo non si tratta di piccoli terrazzamenti coltivati da sempre a vigneto, come qualcuno vorrebbe far credere. Il confronto fra le ortofoto del SIC fatte nei primi anni 2000 (foto principale) e quelle più recenti (a fine articolo) mostra in maniera inequivocabile che i prati aridi sommitali della dorsale compresa fra il Vaio Borago e il Vaio Galina (la dorsale che viene percorsa dalla strada che sale da Avesa verso la Cola e poi verso Montecchio) sono stati sbancati, spianati, ricoperti di terra straniera e impiantati a vigneto, senza la minima traccia di marogne o di altri terrazzamenti tradizionali. Quello che appare ora è una spianata di pali di cemento e di fili di ferro.

Si tratta di decine di ettari di terreno, proprio al centro del SIC del Progno Borago e del Vaio Galina, che hanno cambiato destinazione ed uso nel giro di pochi anni, nonostante  esistano precise norme di tutela adottate dalla Comunità Europea con la pubblicazione della direttiva Habitat, in vigore dal 1992 in tutti gli stati europei e comunemente chiamata Rete Natura 2000.

"Natura 2000 è una rete di "siti di interesse comunitario", creata dall'Unione Europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dagli Stati membri dell'Unione europea.

I siti appartenenti alla Rete Natura 2000 sono considerati di grande valore in quanto habitat naturali, in virtù di eccezionali esemplari di fauna e flora ospitati. Le zone protette sono istituite nel quadro della cosiddetta "direttiva Habitat", che comprende anche le zone designate nell'ambito della direttiva concernente gli uccelli selvatici, in vigore dal 1979.

La costituzione della rete ha l'obiettivo di preservare le specie e gli habitat per i quali i siti sono stati identificati, tenendo in considerazione le esigenze economiche, sociali e culturali regionali in una logica di sviluppo sostenibile. Mira a garantire la sopravvivenza a lungo termine di queste specie e habitat e mira a svolgere un ruolo chiave nella protezione della biodiversità nel territorio dell'Unione europea".

Su Wikipedia informazione completa: it.wikipedia.org ... 

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Tutto questo è successo sotto gli occhi e con l'approvazione degli organi istituzionali di controllo: la Regione Veneto (che ha la responsabilità della gestione dei siti di interesse europeo), il comando del Corpo Forestale dello Stato (che controlla la corretta gestione del territorio), il Servizio Forestale Regionale (che rilascia le autorizzazioni), la Soprintendenza (in rappresentanza del Ministero per i beni culturali e ambientali), la Provincia di Verona (che ha deleghe specifiche in materia), il Comune di Verona (che rilascia le autorizzazioni senza le quali sono illegali e punibili penalmente gli interventi sopra descritti).

Va tenuta anche in debita considerazione una delle conseguenze ineluttabili di tale trasformazione e cioè la dispersione nell'atmosfera, sul suolo e nelle falde delle zone protette di una quantità certamente non trascurabile di fitofarmaci e di diserbanti utilizzati comunemente in viticoltura. Una delle caratteristiche principali del Vaio Borago è costituta infatti dal suo corso d'acqua. Si tratta di un corso d'acqua perenne con andamento carsico che percorre il vaio in tutta la sua lunghezza e che poi riaffiora ad Avesa dando origine alla polla risorgiva del fiume Lorì, che, con un percorso paesaggisticamente irripetibile, attraversa tutto il paese per sfociare infine nel fiume Adige.  

Tutti questi interventi sono stati effettuati nella zona meno frequentata del SIC (anche perchè precedentemente erano stati sbarrati con reti e cancelli tutti i sentieri che la attraversavano), ma sono chiaramente visibili ad occhio nudo da ambedue le strade che salgono da Quinzano e da Avesa verso Montecchio.

Non c'è più cieco di chi non vuol vedere, ma tutti questi ciechi dovranno rispondere delle loro azioni alla Commissione europea che controlla l'applicazione delle norme di tutela europee da parte degli stati membri.

ArenaDiAvesa

Le Scalucce

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Merenghero-prati-aridi1

Merenghero

la_Cola_2003-20071La Cola

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Utente: Imliver

Ci sarebbe anche la vecchia Polizia Provinciale (ex Guardie A.V.I.).

Dal sito della provincia:

Corpo di polizia provinciale - Vigilanza nelle materie ambientali di competenza provinciale.

Organo di controllo del territorio provinciale e di repressione degli illeciti sia penali che amministrativi in materia di:

* Caccia

* Pesca

* Aree protette

* Fauna e flora minore

* Funghi

* Protezione dell'ambiente dall'inquinamento

* Codice della strada

* Agriturismo
Utente: Psalezze

Scusate ma la Forestale esiste ancora? Una volta era suo compito tutelate il verde spontaneo.Ora cosa ci stanno a fare? Sono disposto ad autotassarmi per una colletta in vista di spese legali per denunce alle Autorità competenti. Una class action per la tutela del paesaggio.
Redatore: Mario Spezia

Ho mandato la segnalazione al Sindaco, alla Polizia Municipale, all'Assessore all'Urbanistica, a quello all'Edilizia Privata, ad alcuni consiglieri comunali che si sono mostrati attenti ai problemi ambientali, al Comando Forestale dello Stato, al Comando Forestale Regionale, alla Soprintendenza. Abbiamo già spedito tutto il materiale a Bruxelles in modo da investire della questione la Commissione Europea.

Si potrebbe valutare anche la possibilità di una segnalazione alla Procura, vista la rilevanza penale del reato ambientale, anche se la storia recente di casi anologi non fa tanto ben sperare.
Utente: Osvaldo Pettene

Sarebbe il caso di presentare un esposto-denuncia al Comune e alla Polizia Muicipale, in prima battuta, e, poi, eventualmente, alla Procura della Repubblica.

Mi dichiaro disponibile.

Bel lavoro.

Complimenti.

Osvaldo Pettene
Redatore: Mario Spezia

DIRETTIVE PAT VERONA

12.02.02 Tutela assoluta delle "praterie aride" (formazioni erbose su substrato calcareo – Festuca

Brometalia – con fioritura di orchidee – Habitat prioritario) e pianificazione di forme di

controllo dell' evoluzione in soprassuoli boschivi delle medesime;
Redatore: Mario Spezia

La Direttiva europea 92/43/CEE del 21.05.1992, art. 6, prescrive testualmente:

3. Qualsiasi piano o progetto non direttamente connesso e necessario alla gestione del sito ma che possa avere incidenze significative su tale sito, singolarmente o congiuntamente ad altri piani e progetti, forma oggetto di una opportuna valutazione dell'incidenza che ha sul sito, tenendo conto degli obiettivi di conservazione del medesimo.

Alla luce delle conclusioni della valutazione dell'incidenza sul sito e fatto salvo il paragrafo 4, le autorità nazionali competenti danno il loro accordo su tale piano o progetto soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l'integrità del sito in causa e, se del caso, previo parere dell'opinione pubblica.

4. Qualora il sito in causa sia un sito in cui si trovano un tipo di habitat naturale e/o una specie prioritari, possono essere addotte soltanto considerazioni connesse con la salute dell'uomo e la sicurezza pubblica o relative a conseguenze positive di primaria importanza per l'ambiente ovvero, previo parere della Commissione, altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico.
Redatore: Mario Spezia

La mancanza più grave, a mio avviso, è che la Regione Veneto settore Territorio Reti ecologiche e Biodiversità ha redatto il Piano di gestione solo per le ZPS cioè le zone di conservazione speciale in base alla Direttiva Uccelli e/o che oltre ad essere ZPS sono anche SIC in base alla Direttiva Habitat, ma non ha ancora redatto i piani di gestione per le aree di Rete Natura 2000 solo SIC. Di conseguenza poi diventa tutto una scarica barile.
Redatore: Michele Dall'O'

In "La realtà economica nell'800: lavandai, cavapietre, situazione agricola" di Marco Pasa, su Avesa de la Consortìa, 1978, pag 227.

... (Pag. 228) La superficie dell'altopiano, calcarea, carsica, arida e sfruttabile quindi solo per un'agricoltura povera, era proprietà della Consortìa che, almeno per secoli, era riuscita, proprio in virtù della sua chiusura agli estranei e delle norme restrittive che impedivano l'alienazione delle terre a non consorti e ad istituti ecclesiastici, a conservarne le proprietà. I consorti continunavano a godere dei proventi, piuttosto magri in verità, dei terreni collinari che, integrati dal godimento dei pascoli consorziali e dei boschi (tutelati da precise norme), consentivano una esistenza quantomeno indipendente. ... (Pag. 231) Povere erano invece le zone collinari, ancor più depauperate dalle troppo estese colture arative e dal frequente disboscamento cui sempre più le facevano oggetto i borghesi cittadini subentrati nella proprietà della Consortìa. Ne era derivato un marcato dilavamento dei terreni sabbioso-argillosi e una prevalenza di roccia calcarea scoperta che favoriva un eccesso di aridità non solo del suolo e del sottosuolo, ma della stessa atmosfera. La formazione di correnti ascendenti di aria calda secca favoriva l'evaporazione, provocava un ulteriore inaridimento locale del clima e favoriva l'accensione di temporali e grandinate. Questi fenomeni erano, specie dal '700 così frequenti nella zona che il 28 agosto 1734 la Consortìa stabiliva si concedesse "ristoro" ( e conseguente riduzione di fitto) ai consorti nei campi ove fosse caduta tempesta prima della festa della beata Maria in agosto. Tutti i contratti di affitto sette-ottocenteschi prevedevano poi riduzioni di canone, in questi casi, di un decimo in pianura e di un settimo in collina. I continui smottamenti cui andava soggetto il terreno collinare disboscato e, in conseguenza, non più trattenuto dalle radici, imponeva, ogniqualvolta si volessero ricavare terreni di una certa fertilità sulle dorsali, la costruzione di "marogne" a giro poggio. La loro costruzione era affidata a particolari esperti, i "marognini", coadiuvati da operai agricoli e lavorenti che con pesanti gerle trasportavano da valle il terreno per il riempimento. L'opera, molto faticosa e dispendiosa, poteva dare buoni frutti specialmente nelle doline; raramente, tuttavia, il costo dell'opera era economicamente remunerativo. Il più delle volte il proprietario si assoggettava a queste spese "quasi solo per effetto del possedere e per non abbandonare il fondo a divenire incolto". ... (pag. 232) E' ben vero che nei terreni collinari uva e granoturco maturavano meglio e potevano, in conseguenza, spuntare prezzi maggiorati fino a un quarto rispetto a quelli forniti dalla zona di pianura, ma tale vantaggio era ampiamente superato dai maggiori costi di produzione. Le vigne, per esempio, che dopo i sette anni necessari a giungere alla produzione, in pianura potevano produrre mediamente per un trentennio, in collina avevano una vita più breve e non duravano che un ventennio. Mentre la spesa necessaria a piantarne un filare di trenta piante ed a portarlo a produzione in pianura era di circa 70 lire, in collina allo stesso effetto erano necessarie oltre 200 lire. ...
Utente: Kelidonio

Sono passati più di trent'anni da quando la "Consortia" (associazione avesana che promuoveva ... la "valorizzazione" del "Borgo Ameno") si inventò la "Arena retica" (a nord della Cola), che negli anni seguenti divenne sede di devastanti "feste della birra". Ho smesso di frequentare quella dorsale (il monte Spigolo é - era ? - area di tracce neolitiche) almeno da 20 anni, da quando i sentieri sono diventati "lager" fra 2 reti!

La truffa culturale che, pur in assenza di tracce archeologiche, voleva trasformare una delle più belle e più grandi doline della prima collina veronese in stadio estivo, trovò seguito nella "promozione" (primi anni 90?) di quell'assessore veronese che invitò i proprietari collinari a "piantare lavanda" perché una legge regionale associava questa coltura all'ampliamento edilizio!

Forse la "vitizzazione del paesaggio" (Konrad Lorenz definiva le monoculture "deserti verdi") può sembrare ordinata e reversibile (quando i cinesi faranno abbastanza vino di qualità esportabile ...dovremo bercelo tutto noi) ma non é così: questo tipo di lavori altera la natura stessa dei luoghi, portando in giro (credo con i finanziamenti della Regione stessa) terreni totalmente diversi da quelli degli ambienti collinari e, volte, di dubbia composizione (come mi é già capitato di constatare personalmente).

Ma a quale viticoltore può interessare l'interramento illegale di rifiuti di varia natura? Quelli di "una volta" valutavano i loro investimenti (lavoro, piantagioni, etc.) in termini di decenni, se non di generazioni.

Quelli "di adesso" in termini di pura speculazione fondiaria, in ciò aiutati (anzi stimolati) da apposite leggi e leggine clientelari. E fatto crescere il valore fondiario, chi se ne frega dei vigneti e del loro futuro...

Per queste ragioni la conservazione dell'armoniosità paesaggistica va difesa anche (o soprattutto?) contro gli stessi amministratori politici, che prosperano in simbiosi con la speculazione, veri e propri parassiti della società e del suo futuro.