Non solo nei bar, nei ristoranti, nei centri massaggi, ma anche nelle cantine troveremo sempre più spesso i cinesi. Le cantine veronesi tentano di penetrare nel mercato cinese, ma per farlo devono firmare degli accordi di partnership con le aziende cinesi. Non sarà facile tenere a bada il Dragone, soprattutto quando l'economia vitivinicola nostrana comincerà a mostrare le prime crepe.

Una terra migliore, più fonti d'acqua, un'aria più pulita. Aziende e imprenditori cinesi hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione all'estero con l'obbiettivo di trovare terreni coltivabili più vasti e prodotti agricoli migliori. Le loro nuove proprietà vanno dai vigneti francesi ai pascoli australiani, fino alle fattorie ucraine. Secondo il documento intitolato INVESTIMENTI AGRICOLI CINESI ALL'ESTERO, redatto dal dipartimento per la collaborazione internazionale del ministero dell'agricoltura di Pechino, negli ultimi anni le acquisizioni che riguardano il settore agricolo all'estero sono cresciute vertiginosamente. Tra il 2010 e il 2014 hanno raggiunto un valore di 18,5 miliardi di dollari.

Internazionale n. 1153 Ma Huan, Shidai Zhoubao, Cina

La palma di investimento più corposo nel nostro Paese va al gigante energetico cinese State Grid, la maggiore società elettrica al mondo, che l'anno scorso ha speso oltre due miliardi di euro per rilevare il 35% di Cdp Reti, che a sua volta possiede il 30% di Terna e Snam. Nel paniere di Pechino, ricorda il professor Mutinelli, l'anno scorso è entrata anche la bellunese ACC Compressors, produttore di compressori per frigoriferi, acquisita nel luglio scorso dalla Wanbao Group Compressor. Tre mesi dopo il gruppo lucchese Salov (che controlla i marchi dell'olio di oliva Sagra e Berio) è stato acquisito dalla società statale Bright Food, mentre a dicembre il Fondo Strategico Italiano della Cassa Depositi e Prestiti ha ceduto il 40% di Ansaldo Energia alla Shanghai Electric Corporation.

"La crescita dell'interesse cinese per l'Italia - conclude Mutinelli - è un fenomeno indubbio. Ma quel che più conta, per il nostro Paese, è che molte di queste imprese cinesi stanno compiendo solo ora i loro primi passi da multinazionali.

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Fondazione Italia Cina e Camera di Commercio Italo Cinese hanno dato vita ad un'unica sezione per l'erogazione di servizi e di consulenza per i propri soci e per le imprese italiane e cinesi, assistendo gli operatori italiani con attività formative, progetti di penetrazione del mercato, consulenza strategica, legale, finanziaria, corporate e risorse umane.

Il nostro team offre servizi di consulenza strategica e manageriale, affiancando sia le imprese italiane nell'attuazione di progetti di insediamento produttivo e/o commerciale in Cina, sia le imprese cinesi nella realizzazione di investimenti in Italia.

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"Il mercato internazionale e gli investitori riconoscono il ruolo sempre più significativo dei grandi vini e dei grandi marchi italiani", spiega Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi, l'associazione dei tecnici del settore.

Per i ricchi cinesi comprare una tenuta in Europa, e in Francia in particolare, è uno status symbol con pochi uguali. E del fenomeno ha dovuto occuparsi di recente anche la Commissione anti-corruzione creata dal partito comunista di Pechino che ha denunciato che milioni di soldi sottratti ad aziende pubbliche erano stati utilizzati per comprare 14 Château bordolesi. Oltre alle ragioni di prestigio ci sono, però, solide ragioni di business e di investimento.

Non c'è da meravigliarsi che i produttori italiani si stiano dando da fare per far crescere la loro presenza sul mercato asiatico e colmare il ritardo con i cugini francesi. Due regioni, Veneto e Toscana, hanno firmato accordi quadro per l'export in Cina, mentre tutti i maggiori consorzi vinicoli hanno organizzato lunghe spedizioni a Pechino e dintorni.

I businessmen asiatici, da parte loro, dopo lo sbarco in Francia stanno mettendo l'occhio su altre potenziali aree di produzione. "Dopo Cile e Bordeaux vorremmo investire in Australia e in Italia", ha detto a Winenews Li Zefu, responsabile operativo della Cofco Greatwall Winery. E per capire che cosa vorrebbe dire un arrivo in massa degli investitori asiatici basta tenere a mente i dati della sola Cofco: 100mila dipendenti, cinque aziende vitivinicole diverse, 140 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, 4 miliardi di fatturato. Una delegazione della società (a cui si sono aggiunti i rappresentanti della Yunna Rose Manor Winery) era in viaggio nei giorni scorsi nella zona del Barolo e in Toscana. E come dimostra la cessione della tenuta dell'ex giocatore e allenatore di calcio Nils Liedholm a una cordata in cui figurano capitali di Hong Kong (vedi anche l'altro articolo in queste pagine), i segni dell'interesse cinese per i vigneti italiani sono ormai evidenti.

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I primi 50 brand italiani rappresentano circa l'82% del fatturato totale del vino. Tra questi anche società che sono diventate, e si stanno affermando, come poli di aggregazione del settore, attraverso campagne di acquisizioni di marchi in tutto lo stivale, che sono in corso. Per citarne alcuni, a titolo d'esempio: Tenute Lunelli, Bertani Domains, Farnese vini, Iverna Holdings (tutte, tra l'altro, in fase di sviluppo). Ed è proprio su gruppi di questa struttura e tipologia che potrebbe cadere l'occhio di investitori di nazionalità cinese.

Con una preferenza per quelli con massa critica vicina ai 40 milioni di euro di fatturato. Pertanto, chi vorrà investire potrebbe farlo non acquisendo l'intero pacchetto, ma entrando nel capitale e condividendo obiettivi e utili attraverso mirati processi di internazionalizzazione, in primis verso Oriente. Non solo poli vinicoli: a essere oggetto d'attenzione potrebbero essere anche quelle aziende di famiglia, a capitale privato, di almeno 15 milioni di fatturato con un minimo di 2 milioni di bottiglie prodotte, che non risolvendo in maniera lineare il tema della successione potrebbero valutare l'ipotesi di partnership con soggetti stranieri, per garantirsi nuovi investimenti e più sicuri sbocchi sull'estero.

"Le aziende più piccole sono, a mio avviso, maggiormente appetibili rispetto ai cosiddetti poli vitivinicoli", afferma Davide Gaeta, docente di marketing vitivinicolo e agroalimentare all'Università di Verona "a patto che siano inserite in zone di eccellenza come Valpolicella, Montalcino o Chianti Classico, dove tra l'altro i cinesi sono presenti dal 2013 (con Casanova - La Ripintura, a Greve in Chianti, acquistata da un imprenditore di Hong Kong).

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