Invisibili, rispettati e stimati da ogni ordine e classe sociale. Politici e giornalisti fanno a gara negli ossequi e nelle genuflessioni nei loro confronti. Eppure, dietro la maschera, c'è poco o niente: una montagna di dati da manipolare a piacimento.

Il sindaco di Torino Piero Fassino ha dichiarato: "Uno dei motivi delle incomprensioni di questi anni è l'evidente sottovalutazione che in Italia è stata fatta dei successi ottenuti da Marchionne".

Occorre essere proprio Fassino per scorgere una sottovalutazione di Marchionne tra la selva di adulatori, lacché e ruffiani che fanno a gara nel celebrare le sue presunte gesta. Fassino rappresenta perfettamente una delle anime del PD, quella più affascinata e succube del potere.

E da moderno interprete della sinistra (?) italiana ha riconosciuto che il potere, un tempo appannaggio dei proprietari delle aziende italiane, è oggi nelle mani dei manager.

Da dove prendono tutto questo potere i manager moderni? La risposta sta nel possesso e nella capacità di gestire le informazioni. In una recente intervista, Ron Dennis, presidente della scuderia corse McLaren sostiene: "Il futuro? è nell'analisi dei dati. Abbiamo dei programmi di simulazione che possono analizzare sei miliardi e mezzo di dati in un millisecondo. È come porre una domanda all'intera popolazione del mondo e avere una risposta unica in un millisecondo."

"L'analisi dei grandi dati," continua Dennis, "è essenziale per il business, siamo in una realtà nella quale un'azienda come Wal Mart può avere immediatamente i dati di ogni cosa che viene venduta nei suoi supermercati e sapere in tempo reale cosa influenza le vendite."

Il tutto è molto affascinante, ma anche misterioso: cosa se ne fa il manager di tutti questi dati? Siamo sicuri che li usi tutti per l'azienda e non per sé?

Nulla è dato sapere su come si formino i processi decisionali, ma una cosa è certa: da questa montagna di informazioni nasce sempre il topolino delle decisioni prese.

Decisioni spesso banali: cosa comprare, a quanto vendere, se e che tipo di investimenti fare, come utilizzare la liquidità, a chi chiedere i soldi.

Queste decisioni potrebbero essere prese senza il management e il suo sistema informatico? Non è difficile: dobbiamo solo pensare a quanto ci guadagnerebbe l'azienda se, al posto dei consiglieri d'amministrazione con i loro tabulati, ci fosse il contadino Bertoldo, vale a dire una persona dotata del normale buonsenso.

È vero che il contadino Bertoldo commetterebbe molti errori, ma quale manager non ne fa? Inoltre dovremmo mettere in conto i mancati stipendi dei manager e i gettoni del CdA, i mancati costi per il reperimento, l'amministrazione, l'elaborazione di miliardi di dati (il contadino non saprebbe che farsene). Il tutto al netto, ovviamente, del compenso di Bertoldo, che però è notoriamente persona che si sa accontentare.

Abbiamo la sensazione che una siffatta azienda prospererebbe, e otterrebbe grandi vantaggi competitivi. E chi l'ha detto che così non sarebbero possibili le mirabolanti imprese del divino Marchionne? Proviamo a immaginare: "Signor Bertoldo, sulla linea due c'è Obama che vorrebbe venderci la Chrysler per 150 euro. Glielo passo?"

Ci hanno sempre insegnato, da Menenio Agrippa in poi, che chi detiene il fattore produttivo critico è l'anello più importante della catena, e le informazioni sono il fattore critico.

È grazie a questa leva che questa casta invisibile e stimata nutre il suo potere. Questa categoria non ha certo bisogno del prono omaggio dell'ex segretario dei DS per affermare la propria baldanza: è passata incolume dalle rivendicazioni sessantottine e ha trovato modo di prendere il sopravvento su una classe imprenditoriale italiana debole e collusa con la politica.

In questo periodo di pesante crisi, non solo restano illesi, ma accrescono compensi e potere. Anche quando, come nel caso di alcune banche, l'operato dei manager è del tutto fallimentare, la rabbia popolare si limita a sfogarsi sulla casta politica, vero capro espiatorio dei tempi moderni.

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