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Informazione e ambiente veronese

13 - I vigneti rovinano il paesaggio collinare?

 
sbancamenti

Wiebke Werwer, Ingegnere Ambientale, PhD presso l'Ecosystem Research Institute di Kiel (Germania) da 9 anni resiede e lavora a Verona.

Al contrario di ciò che dice l'agronomo Bertaia, è spesso un'agricoltura non adatta al luogo oppure attuata in maniera troppo intensa che contribuisce a creare disagi e disequilibri ambientali, a volte disastrosi e senza ritorno. In scala globale si può citare al proposito la perdita di ampi terreni coltivabili a causa dell'erosione, l'eutrofizzazione delle acque nei corpi recettori dovuta ad un eccesso di concimazione e la perdita di specie della fauna e della flora (diminuizione della biodiversità) dovuta all'uso eccessivo di pesticidi a largo spettro. Si pensi, ad esempio, per quanto riguarda l'ultimo punto, ai problemi causati alle api dai neonicotenoidi.

Ma anche a livello locale, come nel caso della Valpolicella, l'agricoltore o, meglio, il viticoltore, non sempre è quell'amico dell'ambiente che si vorrebbe dipingere. Certo che ha un grosso interesse a che il suo terreno rimanga coltivabile.

Ma per quanto riguarda la salvaguardia dell'ambiente, la situazione è ben diversa dal quadro bucolico dipinto da Bertaia. Creare infatti un vigneto nuovo oggi prevede non solo la completa distruzione di vecchie strutture esistenti, sia naturali che storico-antropiche (e pensiamo ai muretti a secco con le loro funzioni di regolazione del ciclo dell'acqua), ma anche l'arricchimento del suolo con ampi strati di terra proveniente da ecosistemi completamente diversi da quelli collinari e l'uso intenso sia di concimi che di pesticidi.

Quindi ambienti naturali piuttosto poveri (in senso di produttività agricola), come le nostre colline, vengono talmente modificati che, se da un lato permettono un reddito elevato al viticoltore, dall'altro modificano pesantemente l'ecosistema originario con il suo equilibrio, soppiantando la flora e la fauna tipiche del posto.

Ci chiediamo allora quale possa essere, nelle condizioni descritte, il tanto decantato legame (a livello di pubblicità) tra vino e terroir?

Per quanto riguarda il SIC Val Galina e Progno Borago, sono proprio i pascoli abbandonati e gli ex coltivi che contribuiscono alla qualità e all'importanza di tali luoghi presentando infatti una vegetazione xerofila con molte specie di orchidee e di altre entità rare e numerose specie di invertebrati endemici. Anche al di fuori dei confini del SIC le aree citate sono caratteristiche del tessuto paesaggistico della zona collinare veronese. Quindi in questo senso il "bonificare di un terreno incolto e invaso da arbusti e piantarvi un vigneto" non presenta un intervento migliorativo del paesaggio, ma addirittura lo impoverisce per quanto riguarda l'aspetto della biodiversità.

Si legge infatti nei Quaderni Habitat del Ministero dell' Ambiente e della Tutela del Territorio:

"D'altra parte, questi habitat ospitano una notevole ricchezza biologica e rappresentano una componente non trascurabile della biodiversità. Essi hanno inoltre una peculiare funzione ecologica e un elevato interesse scientifico. A questi valori si aggiungono spesso significati culturali e paesaggistici non trascurabili. Di conseguenza, una gestione conservativa di questi ambienti è in molti casi auspicabile e doverosa.

La messa a coltura di questi terreni può comportare in primo luogo una radicale eliminazione della vegetazione erbacea spontanea e, di conseguenza, il depauperamento e la banalizzazione della comunità animale presente. Inoltre, gli interventi di dissodamento del terreno, di concimazione e di irrigazione artificiale alterano profondamente le proprietà strutturali e chimiche del suolo e le condizioni microclimatiche del substrato".

 In conclusione ben vengano l'agricoltura e la viticoltura in collina: non abbiamo alcun preconcetto verso queste attività. Basta che siano adatte al luogo, rispettose degli equilibri naturali e che mantengano, magari riqualificandole, le strutture antropiche storiche esistenti e frutto di un'evoluzione millenaria tra uomo e suo ambiente. Basta insomma che non diventino monocoltura (e alla vite associamo l'ulivo), lasciando posto anche ad altri tipi di vegetazione.

Così si permetterebbe la coesistenza tra ambienti naturali e l'uomo e ciò porterebbe, ne siamo sicuri, a vini di qualità sicuramente superiore rispetto all'attuale. Come dice una locuzione tedesca - "weniger ist oft mehr" ( "il meno" è spesso "il più"). E Dio solo sa quanto abbiano bisogno la Valpolicella e la collina veronese in generale, di questo ossimoro.

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Utente: Ballestriero

Ho lavorato venti anni in uno dei più estesi consorzi di bonifica del Veneto in qualità di responsabile della manutenzione della rete irrigua e di scolo ed ora faccio il paesaggista . Circa trenta anni fa gran parte delle colline boscate della Val d'Illasi, val Tramigna, Val d'Alpone erano state denudate per far posto alla vite. Ho avuto modo di constatare che pochissimi agricoltori seguivano criteri di corretta coltivazione delle pendici collinari. Quasi tutti piantavano filari con il sistema a ritocchino (cioè ortogonali alle curve di livello)anche su pendenze che superavano il 20%. Ciò comporta il veloce ruscellamento dell'acqua meteorica verso valle con conseguenze disastrose per la stabilità dei versanti.

Ho visto interi vigneti staccarsi dalle pendici e franare verso valle senza che nessuno potesse fare niente per fermarli. Alla domanda sul perchè non erano state applicate le regole della corretta sistemazione del terreno (ad es. sistemazioni a giropoggio) un contadino mi rispose che nessuno gli aveva insegnato niente su queste cose!

Erano spesso piccoli agricoltori che sull'onda del boom del vino piantavano viti nella speranza di integrare i magri bilanci. Molti avevano scoperto la meccanizzazione e credevano che perchè si poteva tecnicamente fare una cosa (ad es. sbancare con le ruspe le pendici delle colline) fosse giusto farla.

Bisogna andare molto più indietro nel tempo per trovare l'agricoltore che con la cultura orale tramandata di padre in figlio sapeva dove e come si poteva muovere il terreno. I lavori erano mediati dalla manualità che imponeva ritmi lenti, pensati, razionali.

Oggi, nonostante siano aumentate le conoscenze i laureati in agraria, penso che sia ancora peggio di trenta anni fa. I piccoli agricoltori hanno venduto a grosse aziende e le sistemazioni agrarie sono aumentate di dimensione, ma non è aumentata la consapevolezza delle conseguenze degli interventi. Si è creata una contrapposizione tra produzione e ambiente senza rendersi conto che sono questioni legate indissolubilmente l'una all'altra.

I primi ad avere vantaggi sulla corretta gestione del territorio sono gli stessi agricoltori. La natura se ne infischia se viene fatto uno sbancamento e distrutto un bosco perchè ha le risorse per spostarsi, rinascere, adattarsi; chi, a lungo andare, ci rimette sono gli uomini se non sanno capire come funziona la natura.

Prima ancora di preoccuparsi delle conseguenze ambientali, gli agricoltori dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze sul proprio futuro.

Quando i terreni saranno dilavati della parte organica e quindi improduttivi a chi si rivolgeranno? Il danno al paesaggio poi si rivela deleterio dal lato economico, solo che la percezione di questo non è immediata e si gode ancora l'effetto del paesaggio bucolico del passato.

Una domanda: in Italia il consumo di vino è diminuito e nel mondo si affacciano continuamente nuovi ed eccellenti produttori; dove va a finire tutto il vino prodotto?

Alberto Ballestriero
Redatore: Mario Spezia

Si vergogni, il signor Campagnola, che riporta i nostri articoli sul suo sito spacciandoli per suoi, senza citare la fonte. http://www.teladoiolavalpolicella.it/pesticidi.htm confronta con: http://www.veramente.org/wp/?p=445
Redatore: Mario Spezia

A Sandro Campagnola, che propone nel suo sito teladoiolavalpolicella di tagliare i pini della Masua e di impiantare al loro posto nuovi vigneti, vorrei dire due cose: la prima è che dovrebbe informarsi meglio. Per esempio sa quanti ettari di nuovi vigneti sono stati impiantati negli ultimi cinque anni in provincia di Verona? La seconda è che la biodiversità non è un vezzo degli ambientalisti, ma una condizione indispensabile per la sopravvivenza dell' uomo sul pianeta, a detta di tutti gli scienziati che si occupano della materia. NB Faccio notare che Campagnola interviene liberamente sugli altrui siti, ma non permette ad altri di fare atrettanto sul suo sito. I fortini troppo difesi sono spesso i meno affidabili! E che dire del vezzo di copiare i nostri articoli senza citare la fonte?( http://www.teladoiolavalpolicella.it/pesticidi.htm)
Utente: Psalezze

Certo che convertire alla bellezza del paesaggio chi si propone di cavar fuori i "schei"anche dalla roccia è dura.
Redatore: Mario Spezia

Cito nuovamente un breve dialogo dal film I cento passi: "Non ci vuole niente a distruggere la bellezza. Bisognerebbe ricordare alla gente che cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla ...".

Sandro Campagnola
Utente: Attilio Anacleto

A Sandro Campagnola: "el me par badanà come el castaldo dei paroni dele cantine". El me scusa tanto sior Campagnola, ma dal bon el discorso nol se pol riassumar en du parole come là fato lù...ò capìo l'orgoglio, ma ghe vol sostansa, no basta mia solo el màrchetin. Ala longa casca el palco!! Saluti...el me scusa sàlo se me son entromesso.
Utente: Kelidonio

Tutti i paesaggi a monocultura sono il risultato di operazioni speculative, spesso interessanti solo perché finanziate dalla Regione e/o altri enti locali e relative lobby.

Come quelle distruzioni irreversibili che sempre più spesso segnano la collina veronese fino a 500-600 metri di altezza, su terreni che non hanno mai visto una vigna e su cui cresceranno impianti usa-e-getta utili solo a far levitare il prezzo al mq. del vegro diventato vigneto. Anche perché vi si trasportano terreni di fondovalle se non peggio: in almeno un caso sono stato testimone diretto (in zona Lughezzano) di un nuovo vigneto in cui camminando sono sprofondato in una melma appiccicosa e maleodorante di chissà quale natura.

La proprietaria, evidentemente attenta a che non si scoprisse il vigneto-trucco, ci cacciò via in malo modo; a distanza di anni anni quel vigneto é totalmente abbandonato: come non sospettare che non fosse il vigneto la funzione del nuovo impianto?

Comunque fatte le monocolture sono e restano quei "deserti verdi" che Konrad Lorenz denunciava quasi 30 anni fa ("Il declino dell'uomo", A.Mondadori Editore 1985).
Redatore: Michele Dall'O'

Rispondo a Campagnola (che nel suo cognome ha la formula dell'agricoltura che ci piace: un agricoltura modesta e gentile) riportando degli stralci dal bel articolo di Bartolo Fracaroli "Tornano le api, si salva la coltura del miele",comparso su L'Arena del 14 gennaio 2010.

"... I nostri apicultori lamentano un'arretratezza storica del mondo agricolo che usa massicciamente, e in assenza di controlli, anticrittogamici, insetticidi, diserbanti e fertilizzanti tossici a sorella ape, proprio all'insetto che gli è di vitale aiuto. L'apporto economico nazionale dedll'apicoltura al comparto agricolo è di 1600 milioni di euro all'anno. ..."

"... Doardo (presidente degli apicoltori) dice per una corretta impollinazione provinciale occorrerebbero 40 mila alveari contro gli 8500 presenti e condanna decisamente i prodotti chimici anche se le aziende produttrici li dichiarano non dannosi. "Il vento li porta anche in montagna. In 50 anni si è distrutto quello che si era costruito nei duemila anni precedenti" ... "

" ... Se per l'uva si fanno anche 40 trattamenti antiparassitari l'anno, non ci si stupisca se nei vigneti non sono più presenti le api".

Quindi l'agricultura e perciò la viticultura in Valpolicella, tranne poche, pochissime e lodevolissime eccezioni, è PRIMITIVA, a forza bruta (chimica).

Il tanto (da Campagnola) decantato successo nei mercati mondiali è un successo della chimica, che con il terroir ha nulla a che vedere. Il palco, ben sistemato dai grossi produttori e dai pubblicitari, miseramente crolla quando i "consumatori" di vino constatano de visu, magari per qualche capatina turistica, come è stata ridotta* la Valpolicella (cave ai fianchi e in testa, due giganteschi immondezzai ai piedi e nel cuore - Ca' Filissine il cementificio a Fumane - cemento ovunque - negrarizzazione e Montericco - pesticidi a gogo' nel resto del territorio, distruzione del paesaggio generale -marogne, strutture per l'irrigazione, contrade, colline intere -, ecc. ).

E si rendono conto che è meglio spendere 40 E per una bottiglia di vino prodotto in Toscana piuttosto che in questa martoriata terra

*Il tutto riassunto dalla mia "Valpolesela 2000", di dieci anni fa ma purtroppo attualissima, per inciso pubblicata anche sul sito di Campagnola:

VALPOLESELA (30.1.2000)

Proemio

La me amigheta tedesca,

mia tanto zoena, ma ancora fresca,

e che me riduse spesso in tochi,

la m'a' dito: " Stasera gh'e' gnochi".

E mi g'o' risposto de boto:

"E li inafiemo con un goto".

Ela, con un sorisin da istrion:

"Ghe starea ben 'na lagrema de Amaron".

'N'amara sorpresa cuando g'o' verto la bossa:

o' dovu' spuar fin a l'ultima gossa!

E come le me Muse: Berto, Angelin e Tolo

odio le sofisticassioni, el metanolo,

sciumando de rabia e de saliva,

eco pronta 'sta necessaria invetiva.

VALPOLESELA DOMILA

Vegno so' col baticor

par amirar el to slusor.

Ma a Domejara la prima massada:

pora dona i t'a' mesa sbuelada.

Ma che i vaga tuti in mona

lori col so rosso de Verona!

Valpolesela,

come te s'eri bela!

El Pastel l'e' rosso de rabia:

i g'a' roba' l'anema de piere e de sabia.

Li gh'e' cave e busi dapartuto:

le contre' se dimanda: ci elo el pi' bruto?

Un udor de merda vien su da Arce':

i cocai svolassa godendose asse'.

Valpolesela,

come te s'eri bela!

Vedo Monterico e ghe credo a stento

che i t'abia stofega' col cimento.

Sentado so vissin ala Sengia Sbusa

drento tuto boje, tuto me brusa:

lazo' Negrar no sta mia mejo:

mama mia che roejo!

Valpolesela,

come te s'eri bela!

No resta che consolarse col Recioto,

ma par Dio, sa g'alo 'sto goto?

O capio. I bacani i pensa a far sghei

invelenando 'sti pori butei.

G'o' i stornisi, me sento mal

ando sito anda', Maria dal Tramanal?

Valpolesela,

come te s'eri bela!

Qua l'acoa neta i se l'insogna:

el Progno i l'a' ridoto a 'na fogna

Anca l'Adese, come mi, el sta mal

a catar su la merda de tuta la val.

A Parona nol tien pi' bota

a vedar so sorela cosita malridota.

"Valpolesela,

come te s'eri bela!"

El le pensa ne la so testa

con le poche lagrime che ghe resta.

E lassandola el ghe sussura sconsolado:

"Vecia mia, cossa n'ai combinado"?

Michele Dall'O' (Kiel, 30,31 /1/2000)
Redatore: Mario Spezia

Sulla sx dell' Home page, fra le varie voci di Categorie, si legge Viticoltura. Cliccando appaiono tutti gli articoli riguardanti questo tema. Il signor Campagnola, leggendoli, scoprirebbe che il discorso è più complesso di quanto lui creda e che l' analisi e le proposte devono tener conto di questa complessità, per servire a qualcosa. Cosa c' entri poi Kiel con Bolzano lo sa solo Dio!
Utente: Sandro Campagnola

In nome e in difesa di questo novello totem della "biodiversità", la Valpolicella sarebbe una terra dalla quale i maschi se ne andrebbero a lavorare in Germania e le femmine in Svizzera come succedeva ancora negli anni 50-60. Che cos'è questo accanimento verso viti-vino-agricoltori che stanno comunque alla base di un successo economico riconosciuto dal mondo?

Che cosa ne pensa l'Ingegnere tedesco dei vigneti che sovrastano Bolzano e che caratterizzano l'ambiente al punto da essere riportati su tutte le pubblicità?

Sandro Campagnola