Domenica si vota e il risultato del voto inciderà pesantemente sul futuro del nostro paese. Questo non ci impedisce di ragionare e di confrontarci .

Eccoci arrivati alla vigilia dei referendum. Contiamo su una valanga di sì e ne saremo tutti contenti, anche per il significato politico di risveglio e di svolta - anche se furbescamente negato da qualcuno - che questa consultazione sicuramente avrà. 

Scontati, per chi si riconosce nelle varie anime del movimento ambientalista, i Si ai quesiti sul nucleare e sull'acqua. Così scontati che, purtroppo, non è sembrata legittima e opportuna una vera discussione ed un'effettiva valutazione delle problematiche attuali e dei cambiamenti proposti dalle leggi vigenti e dalla loro possibile abolizione. Se sul nucleare il dibattito in Italia non è mai mancato, mentre il movimento ambientalista ha accumulato in decenni un enorme patrimonio di conoscenze, non credo francamente si possa dire la stessa cosa per quanto riguarda le diverse proposte riguardante la gestione dei servizi idrici.

Di fronte alla massiccia mobilitazione popolare per la raccolta firme prima e alla successiva martellante propaganda per i Si poi, le ragioni di un formalmente possibile No hanno taciuto a lungo, quasi intimorite. Solo recentemente la stampa riporta qualche voce critica, che non può comunque ormai smuovere le monolitiche certezze che si sentono nell'area ambientalista.

Certezze che purtroppo sono state costruite, a mio avviso, soprattutto intorno ad una serie di slogan e di luoghi comuni. La comprensibile esigenza di semplificare al massimo i messaggi per renderli efficaci e comprensibili per "la gente", considerata incapace di affrontare ragionamenti complessi, ha portato ad affermazioni  troppo spesso così elementari e demagogiche da risultare fastidiose per chi volesse ricercare informazioni meno allarmistiche ed emotive.

A cominciare dallo stesso titolo sulla "privatizzazione dell'acqua", come se l'acqua fosse sul punto da venir sottratta a rubinetti di casa e fontanelle, e non si trattasse invece di aprire ai privati (anche ai privati) la gestione di un servizio che, come tutti i servizi non basati sul volontariato, va pagato, (così com'è pagato oggi). Come se la gestione intermente pubblica si fosse sempre dimostrata modello di efficienza e democrazia, mentre appena voltiamo pagina siamo tutti ben consapevoli dei frequenti disastri dovuti alla "pubblicità" di molti servizi e di quanto questa sia spesso un terreno di lottizzazione partitica più che di partecipazione popolare.

Come se nessuno sapesse che, al di là della virtuosa capacità di gestione dei servizi idrici di molte realtà, in particolare del nord Italia, si trovano altrove acquedotti colabrodo che disperdono questa risorsa naturale così preziosa (tanto è pubblica, quasi gratuita, quindi ci si può permettere di buttarla via) lasciando già oggi molti territori "a secco": per risanare il sistema ci vorrebbero investimenti ingenti ed evidentemente molti enti pubblici questi investimenti non vogliono o non possono farli. Ed è inutile nascondersi che, chi finalmente – pubblico o privato - deciderà di investire negli acquedotti, non potrà che aumentare le tariffe.

Gli approfondimenti comparsi recentemente sulla stampa hanno finalmente messo in evidenza che la questione è ben più complessa di come è stata spesso presentata, dato che richiede di mettere in campo non solo e non tanto sensibilità "ecologiche" ma soprattutto argomentazioni economiche legate alla realtà di oggi e non alle ideologie del secolo scorso. Non era forse Bersani il paladino delle liberalizzazioni, purtroppo irrealizzate, qualche anno fa?

Naturalmente nemmeno la gestione privata da di per sè garanzie di qualità, così come le stesse garanzie non sarebbero date da un'irrealistica vittoria del no: purtroppo i quesiti esigono una scelta che lascia al margine l'aspetto decisivo (tanto se la gestione e' privata come se e' pubblica) consistente in adeguati controlli sulla efficienza del servizio (pubblico o privato).

La partecipazione privata nella gestione del servizio idrico ha funzionato male in Germania e Francia ed invece si sta mostrando efficiente nel Regno Unito: vogliamo capire i perché?

Non essendo comunque mai stata l'economia politica la mia passione, il mio invito è quello di riflettere invece su un concetto di psicologia sociale: quello della "dissonanza cognitiva".  Festinger, nel 1957 spiegò che "Un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente ; al contrario, si verrà a trovare in difficoltà (…) se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l'individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta; questo può portare all'attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza" (cfr: Wikypedia).

Una forma di incoerenza può essere avvertita rispetto all'ambiente con cui ci si trova ad interagire: se tutti gli amici la pensano in un modo, sarà ben più difficile per un individuo pensarla in un modo opposto. Questo, evidentemente a svantaggio di un pensiero più obiettivo e critico e di una più libera ricerca della verità. E allora? Astenersi ad un referendum, mai. Per una volta, sopporterò la dissonanza.

(foto: la fonte del Lorì)

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