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Quando noi eravamo emigranti

 
2015 quando noi eravamo emigranti 17813

Poi venne la Grande Guerra e la nostra piccola patria dei Sette Comuni sconvolta e distrutta fin nel profondo e la nostra gente profuga per l'Italia dopo aver perduto tutto. Donne, vecchi, bambini che cercavano un luogo dove fermarsi, non sempre accolti con pietà, a volte respinti e dileggiati.

Dopo la guerra ci fu il ventennio fascista, spesso dipinto come un'epoca di floridezza economica. Mario Rigoni Stern descrive la vita grama di quel periodo e la ricerca di un lavoro ai quattro angoli del mondo.

Alle prime case del paese il podestà aveva fatto scrivere: NEL TERRITORIO DI QUESTO COMUNE E' VIETATO L'ACCATTONAGGIO. Ma ogni venerdì file di poveri, vecchie e bambini venivano a bussare alle porte delle case del centro e si fermavano davanti ai negozi. Dopo una preghiera per i defunti di quella casa chiedevano la carità di un pugno di farina gialla, di un pezzo di pane o di una crosta di formaggio; con tanta premura ringraziavano: "Dio vi renda merito".

Un giorno di settembre, prima della fiera di San Matteo, in Nin Postin consegnò alla madre di Giacomo un vaglia che veniva dalla Francia. Era di suo marito. E come l'aspettava! Quattro volte all'anno le mandava quasi tutto quello riusciva a risparmiare dopo aver pagato le spese per vivere. Era emigrato nel 27 quando qui non c'erano più lavori in corso e il Tita Sponzio, in municipio, gli aveva detto che in Francia richiedevano minatori nella zona di Metz.

Matteo ricevette una lettera dall'Australia; era di un fratello di suo padre che era emigrato laggiù nel novecentotrè. Gli scriveva che se non aveva lavoro poteva darglielo lui. A Melbourne possedeva una piccola impresa edile; si era fatto da solo, partendo da muratore. Prima di rispondergli Matteo ci pensò su qualche giorno; anche perché voleva sentire Olga. Infine gli scrisse che l'idea di andare in Australia non gli dispiaceva, ma che aveva promesso di sposare la figlia di Giovanni. Lo zio pagò il viaggio per tutti e due. Quel mattino, prima che tutti insieme dalla contrada si scendesse in paese, sia a casa della Olga sia in quella di Matteo furono offerti dolci, vino, pane di segala, caffè e grappa. Ci furono brindisi e anche qualche canto. Il piccolo corteo procedette in silenzio. I due che andavano tanto lontano sentivano di lasciare per sempre queste montagne e questi orizzonti. Quelli che rimanevano pensavano che anche una parte di loro se ne andava. Tutti camminavano col cuore gonfio.

In quell'anno (era il 1933) il padre di Giacomo rifece la cassetta per emigrare. La neve venuta in anticipo aveva fatto sospendere il lavoro di recupero e niente si prospettava con l'inverno alle porte, se non poche giornate a spalare la neve al servizio del comune. Se ne parlò una sera in casa, attorno al fuoco, dopo che gli uomini della contrada ne avevano discusso tra loro un pomeriggio. Intanto si decisero in tre, lui, Moro Soll e Angelo Castelar. Progettarono di andare in Svizzera, clandestinamente, attraverso la Valtellina. Come documento avevano in tasca la carta di identità con la qualifica di manovale. Giovanni aveva anche il passaporto, scaduto, per la Francia, Angelo il passaporto, sempre per la Francia valido. Li fecero salire su un treno e un poliziotto li accompagnò fino Chiasso dove li consegnò alla milizia confinaria. Questi, dopo averli consegnati alla milizia ferroviaria lì fece salire su un treno per Milano. Giunti alla grande Stazione Centrale, che il re aveva inaugurato il 1 luglio 1931, si sentirono smarriti e miseri sotto le grandi volte con le vetrate e gli ampi atri di marmo lucido, fra tanta gente indaffarata e indifferente.

- Io non me la sento di tornare a casa e passare l'inverno senza far niente, - disse il padre di Giacomo. – Ho ancora il passaporto per la Francia, anche se è scaduto forse mi lasceranno passare. In Francia si guadagna meno che in Svizzera, ma è sempre meglio che in Italia.

- Se voi volete tentare di andare in Francia andate pure, - disse Moro Soll, - io torno a casa.

Così fecero. Giovanni e Angelo aspettarono il treno per Modane, Moro Soll prese il treno per Trieste.

Brani da:LE STAGIONI DI GIACOMO Mario Rigoni Stern, ed. Einaudi

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Redatore: Mario Spezia

I Giorgetti, poveretti, dove li metti? https://www.youtube.com/watch?v=u7o2PEaE684
Utente: Attilio Anacleto

Ahinoi, qualcuno ai vertici della nostra regione crede ancora che il ventennio sia stato un periodo florido

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/29/veneto-vicepresidente-consiglio-regionale-festeggia-il-compleanno-sulla-torta-fascio-littorio-e-la-scritta-ss/2171200/ Heil Giorgy! Siegh Heil!