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Ailanto, un problema ecologico

 

L'Ailanto fu importato nel '700 dalla Cina nord-occidentale e si è ormai naturalizzato in tutta l'Europa sud-orientale, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda.

Le invasioni biologiche possono costituire una minaccia grave per le specie autoctone e vengono oggi considerate una delle cinque principali cause di perdita della biodiversità.
Ailanthus altissima, fam. Simaroubaceae. In italiano Ailanto o falso Sommacco o Albero del Paradiso. Il nome Ailanto significa "albero che può raggiungere il cielo". E' un albero originario della Cina, presente in tutto il territorio italiano, raggiunge facilmente i 25 m. di altezza, è una specie rustica ed adattabile a qualsiasi terreno.
Se ne diffuse la coltivazione soprattutto nella seconda metà dell''800, come pianta ospite di un bombice (Samia cynthia), il cui bozzolo forniva una specie di seta. Fallito questo tentativo, la pianta rimase e per la sua adattabilità si naturalizzò e si diffuse ovunque in Italia anche perchè veniva coltivata per scopi ornamentali e per rimboschimento.

Lo vediamo spesso spadroneggiare lungo le scarpate, le strade o le ferrovie, sui terreni incolti o disturbati, ma anche in zone boscate dove riesce ad eliminare le specie indigene emettendo delle sostanze tossiche (allelopatiche) attraverso le radici. L'allelopatia è la produzione di composti chimici tossici da parte di una specie per ostacolare un'altra specie. Alcune piante terrestri liberano infatti delle sostanze allelopatiche che inibiscono l'attecchimento o l'accrescimento di piante di altre specie intorno a loro. L'Ailanto è un temibilissimo competitore, capace di fare letteralmente terra bruciata intorno a sé, tanto da essere considerato un pericoloso infestante.

Normalmente osserviamo le chiome degli alberi, qualche volta i tronchi, difficilmente ci interessiamo delle radici. Eppure sotto terra c'è una grande attività: le diverse specie vegetali intrecciano le loro radici, che a loro volta si intrecciano con i miceli dei funghi. Ogni forma di vita presente sotto terra compete con alcuni avversari, ma ha anche bisogno di collaborare con moltissimi partner per sopravvivere e per svilupparsi.

In un determinato habitat, che può essere il bosco mesofilo, oppure la prateria arida o una zona umida, si crea un equilibrio che può essere più o meno stabile. La biodiversità (presenza di specie diverse) sarà tanto più alta quanto più l'habitat ha potuto mantenersi nel tempo, mentre si ridurrà al minimo in condizioni di continua trasformazione, come succede appunto nei campi coltivati. L'immissione di specie estranee può rompere l'equilibrio che si era creato in un determinato ambiente.

L'Ailanto non si è sviluppato all'interno di uno degli habitat presenti nel nostro territorio. Proviene da una zona della Cina che ha caratteristiche fisiche, morfologiche, geologiche e climatiche molto diverse da quelle che sussistono normalmente da noi. Il suo inserimento artificiale nei nostri habitat ha quasi sempre un impatto invasivo, nel senso che non si integra con le altre specie presenti nell'ambiente di inserimento, ma tende ad eliminare le specie che incontra nella sua espansione radicale.

Non solo, ma è anche in grado di sopravvivere in condizioni proibitive. Chi ha tentato di eliminare una pianta di Ailanto sa bene quanto questa operazione sia complicata. La pianta madre infatti è in grado di produrre polloni dalle radici anche a decine di metri di distanza e il taglio di questi polloni difficilmente comporta l'eliminazione dell'intruso, anzi di solito provoca la nascita di nuovi polloni. La spiegazione è semplice. Tutti sappiamo che gli alberi, utilizzando l'energia prodotta dal sole (la luce), riescono a combinare l'anidride carbonica con l'acqua producendo zuccheri ed altri carboidrati (fotosintesi). Questi carboidrati forniscono alla pianta l'energia necessaria per vivere e per svilupparsi. L'Ailanto è in grado di immagazzinare grandi quantità di questi carboidrati nelle radici, per cui può sopravvivere a lungo anche se la chioma (foglie) non è in grado di produrre nuovi carboidrati attraverso la fotosintesi.

Per questi motivi chi decide di estirpare l'Ailanto deve armarsi di santa pazienza e, dopo aver segato alla base il tronco della pianta madre (operazione necessaria anche per impedire un'ulteriore diffusione dei semi), deve eliminare tutti i polloni che via via nascono dalle radici nascoste nel terreno. L'operazione va ripetuta più volte, anche nei 2 anni successivi al taglio, fino a che la pianta abbia esaurito la scorta di carboidrati immagazzinati nelle radici. Quando è possibile conviene rimuovere le ceppaie per ridurre al minimo le riserve nutritive a disposizione dei polloni.
https://extranet.kvu.ch/files/documentdownload/150218093100_03_R_Ailanto.pdf

Un caso analogo a quello dell'Ailanto è rappresentato dalla diffusione dei cinghiali provenienti dai paesi dell'Est-Europa, fatti incrociare con le scrofe e poi immessi nel nostro territorio dai cacciatori. I danni provocati da questi cinghiali alle colture ed alla biodiversità sono noti a tutti. Anche in questo caso i rimedi sono tutt'altro che facili e purtroppo non prevedono l'addebito delle spese ai responsabili dell'illecita introduzione. Dove poi è arrivato un rimedio naturale a risolvere il problema, il lupo, la richiesta dei cacciatori, spalleggiati dai politici lessinici, è stata quella di eliminare il lupo, anziché i cinghiali.

Qualcuno di questi politici (Valdegamberi, Berlato, Melotti e compagnia varia) ha mai pensato di calcolare il danno complessivo provocato dai cinghiali per poi confrontarlo col danno/vantaggio provocato dai lupi?

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