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Potere virtuale e potere reale

 
2016 potere virtuale potere reale 18677

Nel mondo del web girano cifre da urlo. In quello reale tariffe al limite della perdita, crisi, concorrenza spietata e soldi contati. Due mondi apparentemente inconciliabili. Eppure si assiste a numerosi salti dello steccato, da entrambe le parti.

 

Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

The Matrix - 1999


Quando nel 2012 Instagram, un'aziendina di quindici dipendenti, fu comprata (da Facebook) per oltre 1 miliardo di dollari, noi esseri umani pensammo che il mondo stesse decisamente andando a puttane.

Lo sproposito pagato fu l'emblema della follia dell'ultima bolla finanziaria, quella del web 2.0. Ovviamente non si trattava di un'eccezione: l'affare sta in compagnia con l'acquisto di Youtube nel 2006 da parte di Google (1,65 miliardi di dollari, pezzenti!), quello di Skype nel 2011 (Microsoft, 8,5 miliardi di dollari) e WhatsApp nel 2014 (Facebook, 19 miliardi di dollari).

Si parla di miliardi di dollari come se fossero milioni, con sinistra disinvoltura. E tutto questo mentre l'economia reale stenta a far quadrare i conti, gli stipendi reali calano, i posti di lavoro vanno a ramengo.

È tutto oro quello che luccica nell'economia virtuale? Le cifre, quelle vere, sembrano dare ancora ragione alle aziende dell'economia materiale: una ricerca effettuata da R&S-Mediobanca mette in luce come i primi 10 big mondiali dell'economia reale (come Google, Facebook, o Amazon, etc.) capitalizzino insieme tanto quanto i corrispettivi del comparto manifatturiero (Apple, General Electric, Nestlé, etc.), e cioè (procuratevi una calcolatrice scientifica) circa 2 mila miliardi di euro (€ 2.000.000.000.000).

Epperò i fatturati totali vedono ancora prevalere i costruttori di cose reali. I venditori di fuffa virtuale totalizzano nei primi 6 mesi del 2015 164,2 miliardi di euro, quelli che producono 'cose' sono a 472,8; quasi tre volte tanto. Quindi cos'è che dà così tanto valore alle aziende della fuffa? Le previsioni di crescita degli analisti di borsa. Un comparto enorme sostenuto da attese di crescita e di profitto basate sostanzialmente sul nulla. Detto in altre parole, siamo di fronte all'ennesima bolla speculativa.

In realtà la virtualizzazione delle aziende è ben più estesa di quanto non dicano queste fredde statistiche: molte aziende apparentemente solide poggiano i loro piedoni di argilla nel fango del virtuale. Per esempio la Apple, per il fatto che a Cupertino progetta miniaggeggi infernali (la cui produzione è in realtà esternalizzata in Cina), è considerata azienda manifatturiera, ma noi sappiamo che Tim Cook e i suoi soldatini sono i principi della fuffa.

Nessuno si accorge di questa pericolosa lievitazione di valori perché in questo momento il mondo sta andando in fiamme per le speculazioni sul petrolio. Il prezzo basso dell'ex oro nero sta mettendo in difficoltà le aziende petrolifere USA che hanno investito nel fracking, ora costrette a svendere i propri asset per ripristinare la liquidità. Proprio questa ondata di svendite potrebbe far esplodere la bolla, coinvolgendo le aziende web che hanno valori di borsa non supportati da fondamentali.

Ma per il momento l'intero settore web gode di ottima salute. La prova? Chi ha venduto la ditta, realizzando plusvalori da miliardi di dollari, non se n'è andato alle Canarie (dove con il denaro avrebbe potuto comprare non una villa o un albergo, ma un'intera isola), ma ha tenuto i soldi nella web-economy. Se non è fiducia questa...

Eppure lo steccato che divide l'economia virtuale da quella manifatturiera è oggetto in questi mesi di numerosi salti. Da una parte ci sono le aziende del virtuale che cercano di radicare nella vita vera: Google X è una struttura segreta che si occupa di progetti futuristici quali la robotica, (con l'acquisto della Boston Dynamic e altre società specializzate in questo settore), la realtà aumentata con i Google Glass, droni per le consegne a domicilio (Project Wing), lenti a contatto tecnologiche, e la Google Car, l'auto col pilota automatico.

La stessa Google ha investito nel geotermico di terza generazione, basato sulla trivellazione di profondità per raggiungere punti caldi della crosta anche da zone non naturalmente termali. "Con tutti i nostri miliardi di dollari," avranno pensato, "possiamo raggiungere il centro della terra."

Ma non mancano anche i progetti per portare connettività nelle zone più sperdute, un business reale, che però ha molti legami con la loro attività virtuale principale, visto che gli utilizzatori saranno tutti clienti della grande G.

Anche i concorrenti si stanno muovendo, tra parziali successi e badilate nei denti. È notizia di questi giorni che Internet.org, oggi chiamato Free Basics, progetto di Facebook per portare nel terzo mondo la connettività gratuita, è stato bocciato dal Telecom Regulatory Authority of India, l'ente governativo indiano. La connettività per tutti (ma con la quale si possono raggiungere solo facebook e siti amici) è stata giustamente valutata come una colossale truffa, un'acquisizione illegale di un enorme numero di clienti esclusivi, e un serio attentato alla libertà della rete (libertà che comunque i giganti in questione hanno seriamente compromesso).

Poco male: Zuckerberg potrà consolarsi facendo partire Free Basics in Ghana, Mozambico, Mauritania, Indonesia (dove però non sono tutti d'accordissimo), Iraq, Pakistan, Thailandia, Vanuatu, Colombia, Messico, Panama e altri. Però senza l'India al progetto mancherà una bella fetta di business.

Ma non ci sono solo i big del virtuale che cercano di rendere solide le loro enormi fortune fittizie: anche i giganti del manifatturiero stanno scavalcando lo steccato, nella direzione opposta. L'obiettivo è quello di entrare nel business dorato del virtuale, al grido di "e io chi sono, il figlio della serva?"

Sono finiti i tempi in cui da un garage due giovani squattrinati potevano mettere le basi di una grande fortuna industriale: per entrare nel settore web da protagonisti occorre mettere in ammollo capitali sterminati. Ma esistono corporation che questa disponibilità di capitali ce l'hanno eccome, e sono intenzionati a usarla. La General Electric Co. colosso che produce di tutto, dai motori a reazione alle locomotive, dalle centrali termoelettriche a quelle nucleari, si sta riorganizzando per diventare un produttore di software.

L'obiettivo non è certo quello di produrre app per smartphone, ma sfruttare la branca industriale del web, la cosiddetta "internet delle cose", ovvero far comunicare tra loro gli apparati industriali, magari non solo quelli prodotti da GE.

Nei piani di ricollocamento logistico di GE c'è una divisione digitale, affidata a un certo Bill Ruh, proveniente da Cisco, che ha in progetto diverse 'farm' (stabilimenti) di sviluppo software e, tanto per cominciare, ha assunto 1200 sviluppatori a San Ramon, in California, a due passi dalla Silicon Valley. GE dovrà affrontare la concorrenza agguerrita da giganti del software come IBM, Oracle, SAP e Microsoft, ma a quanto pare non ha timori reverenziali. "Le nostre locomotive saranno dei data center con le ruote," ha dichiarato Ruh.

Chi ha ragione? Le aziende reali che saltano nel virtuale, o quelle virtuali che si radicano nel reale? Le prime entrano in settori profittevoli (almeno per quanto riguarda le transazioni in borsa), le seconde rendono concreti i favolosi guadagni realizzati nel virtuale. Dal loro punto di vista hanno ragione entrambe, visto che lo fanno sulle spalle dei risparmiatori.



 

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Utente: Aegean0

C'é chi si illude di cambiare il mondo è chi lo cambia davvero.

http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/16_febbraio_18/giappone-un-enorme-distesa-fiori-far-annusare-moglie-cieca-52f9ba00-d622-11e5-8aca-9134e20e7210.shtml
Utente: Vincenzo Benciolini

A Michele del 17.02 alle 09,31

Leggendo la tua, in verità, mi era venuto il dubbio sull'utilità di una notte insonne per descrivere quel mondo così sballato e inaccessibile. Poi, col pensiero che macinava e grazie anche al tuo lavoro, ho visto rafforzarsi in me la convinzione che veramente dobbiamo battere tutto un'altro percorso indirizzato ad una umanità che viva in comunità autonome, in mutuo aiuto, a misura d'uomo dove ciascuno possa essere valorizzato per quello che può dare e possa ricevere quello di cui ha bisogno. E' l'idea del mondo a zattere dove se un tronco marcisce si cambia e tutto continua.

A Mario del 17.02 alle 12,46

Devo dire che la frase "tutto è vano fuorché la bontà" me la tengo buona perché mi dà l'idea di tutto quel darsi da fare di noi umani senza servire a nulla e generando orrori e grandi sofferenze.

Cosa significa essere buoni? bontà, Definizioni web

Da un punto di vista generico, col termine di "bene" si indica tutto ciò che agli individui appare desiderabile e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza. Mi piace questa definizione perché è aperta com'è per me necessario data la diversità che ci caratterizza per le origini diverse, le opportunità, le esperienze diverse. Ci sta dentro anche tutto quello che dici tu.

Quanto agli agnellini, con le continue azioni dei kamikaze che danno la loro vita per uccidere molti altri, mi vengono in mente nelle azioni di rappresaglia coloro che, autoaccusandosi, davano la vita per salvare quella di altri. Kamikaze alla rovescia, ciò mi fa pensare...Come si fa a scuotere queste posizioni ormai consuete?

Antonio del 17.02 alle 13,36

Gandhi ha inciso nella mia vita. Anche se ho avuto un fallimento, tuttora lo sento molto ...

Mario del 17.02 alle 14,18

Per quanto riguarda cambiare il mondo restando immobili nella posizione del loto, ciò, per me, non è sufficiente per dare una valutazione. Se fosse una fuga bisognerebbe operare per superarla e andare avanti nonostante la paura, ma non è detto che lo sia. Cioè se uno lo sente vero ha la sua validità e la sua efficacia. Può contribuire a riunire le condizioni necessarie affinché le cose accadano. Questa non è mia, l'ho sentita. Ogni cosa vera o buona o come la vuoi chiamare ha il suo peso positivo.

Michele del 17.02 alle 15,33

Riguardo alla prima parte hai capito giusto. In particolare quando scrivi "c'è una parte di egoismo, che se ne va persa, e una parte di altruismo, che in qualche maniera resterà", mi va l'ultima frase perché -non so se sia la tua intenzione- mi fa restare nel rispetto delle diversità, cioè l'altruismo si può esprimere in mille modi. E chi può entrare nell'intimo delle persone?

Quanto alla seconda parte non sento di aver fatto la mia parte ma cerco di non sprecare energie nel rimproverarmi. E la vita continua.
Redatore: Michele Bottari

Per come l'ho capita io, Vincenzo intendeva dire che in ogni nostra azione c'è una parte di egoismo, che se ne va persa, e una parte di altruismo, che in qualche maniera resterà. Le operazioni di borsa in oggetto sono al 99,9% egoismo puro, per cui ne resterà ben poco, e io sono sostanzialmente d'accordo.

La tendenza a considerare la nonviolenza come passività, credo anch'io sia molto diffusa anche tra gli stessi gandhiani. La nonviolenza è una forma di resistenza, che non consiste nel restare immobili nella posizione del loto, ma all'occorrenza nello sdraiarsi davanti ai carri armati, rischiando le penne. E credo che sia Gandhi, sia (nel suo piccolo) Vincenzo abbiano dimostrato l'efficacia di questo strumento.
Redatore: Mario Spezia

Per quanto ne so Gandhi si è battuto come un leone per l'indipendenza dell'India, per i diritti civili, per la fine dell'apartheid. Voglio dire che non condivido una sorta di deriva intimistica che pretenderebbe di cambiare il mondo restando immobili nella posizione del loto.
Utente: Antonionicolini

Mario credo che Vincenzo non pensasse agli agnellini ma a un personaggino come Mohandas Gandhi che ha dato un grande esempio di impegno nonviolento, scusa se è poco....
Redatore: Mario Spezia

Devo dire che io non mi sono mai sentito particolarmente "buono" e non me ne faccio un cruccio. Cosa vuol dire essere buoni? Qual'è la pretesa o la richiesta che si nasconde dietro a questa offerta: Io sono buono e quindi mi aspetto che....

Punterei piuttosto sullo studio, sul confronto franco, sulla difesa ad oltranza dei propri convincimenti, sul coraggio di correre dei rischi, sull'orgoglio dei propri principi. Non mi ha mai convinto molto la mansuetudine degli agnellini che vanno tranquilli a farsi macellare.

L'Italia è stata fondata nell'800 da gente che era disposta a farsi ammazzare per le proprie idee ed è stata rifondata alla fine dell'ultima guerra dagli uomini e dalle donne che hanno fatto la resistenza con il fucile in una mano e con i libri nell'altra, perché non erano né codardi né ignoranti.
Redatore: Michele Bottari

Vincenzo, le tue considerazioni sarebbero efficaci se fossero rivolte a esseri pensanti. Purtroppo nelle borse finanziarie non si parla di bontà o di libertà, ma di soldi, montagne di soldi, montagne così alte che non possono essere misurate con i nostri strumenti.

E quando girano così tanti soldi, le vene si chiudono, i cervelli si spengono, e così scende il buio sulle cose che contano veramente. Così a noi, che abbiamo ancora i cervelli accesi, non resta che commentare quello che succede laggiù, cercando di fare la nostra parte di bontà.
Utente: Vincenzo Benciolini

Dopo aver letto e "appreso"(?) tutto quanto sopra, quello che sento è ricordare la raccomandazione che quel lama tibetano aveva dato ad un suo interlocutore, salutandolo: "...Però ricordati: tutto è vano fuorché la bontà".

Spiegandomi, faccio la premessa che, per me, l'essenza per un essere umano è di possedere una relativa libertà nel seguire il bene o il male, quando il bene è –per me- diminuire la sofferenza in me e nel mondo raggiungendo più gioia. Libertà relativa perché "io sono così perché gli altri sono così" (Thich Nhat Hanh). Cioè il potenziale umano positivo e negativo prodotto da ciascuno di noi entra in circolo e ci condiziona.

Allora, se non c'è la bontà, ogni pensiero o azione umana sarà inefficace ad ottenere una diminuzione della sofferenza nel mondo. D'accordo, non siamo perfetti e in ogni comportamento ci può essere una parte di bontà e una parte di egoismo ma solo la parte di bontà sarà efficace. Se così non fosse, sarebbe indifferente fare una cosa o il suo opposto, fare il bene o fare il male.
Utente: Antonionicolini

Gino mi ghe sonto e me spiego: l'economia reale la sta strisiando ma la volarea volar ecome, lassù se fa schei che no par gnanca vero, quela virtuale la vola ma da lasù l'inisia a capir che ghe el rischio de far en tonfo che podarea trasformar tuta la fabrica de oro in na fasina de rotami, per cui la tenta de meter so el piè in quela reale, tanto schei la ghe na da butar via.

El problema piasè groso semo nialtri che se trovemo in meso, chi strisia e volarea volar e ne mete i piè in testa per cipar slancio e chi vol vegner sò el ne ariva nel copin.

Merda! ed disarea in francese Cambronne

Benvenuti nel 21° secolo l'era del virtuale!
Redatore: Mario Spezia

Disemo così: l'economia reale la sta strisciando e quela virtuale la se crede de volar. Vedaremo par quanto.