Vent'anni di trasformazione del territorio veronese visti dalla Mountain bike.

Sabato 22 novembre di primo pomeriggio accolgo l'invito di Mister Berlusconi. Esco in mountain bike, così consumo un po' di copertoni e freni. Sono vent'anni che ho il brutto vizio delle ruote grasse e festeggio l'anniversario andando a vedere, su un percorso fatto mille volte, come è cambiato il territorio in questo lasso di tempo. 

A basse velocità si colgono meglio i particolari... "Lentius profondius suavius", soleva dire il buon Langer, ridicolizzando il motto olimpico. Pace all'anima sua.

Tengo presente la massima di Brecht rispolverata da Sperotto:

"E segavano i rami sui quali stavano seduti, gridandosi l'un l'altro le loro esperienze per segare con più vigore. E crollarono nell'abisso. E quelli che li guardavano scossero la testa e continuarono a segare con forza"(Bertold Brecht, Exil III, Gedichte V).

Intanto il vento di tramontana sferza il volto e l'anima…  Per me ogni centimetro di asfalto e cemento in più, ogni automobile uscita in più da Mirafiori (sic!) è una segatina. Viceversa, ogni auto in meno, ogni metro di asfalto tolto per far posto ad un campo di "erbacce", ogni capannone abbattuto per far posto ad una foresta (e a proposito non dico parco o bosco), un albero in più piantato è lasciare integra Gaia - l'albero - o almeno cercare di riportarla all'integrità. Un'illusione? Gaia ci scrollerà di dosso quando meno ce lo aspettiamo?

Faccio Quartiere Pindemonte, i Lungadigi, Ponte Castelvecchio, Via Albere, città, Montorio, San Briccio, Mezzane , Sul Vago, Tregnago e seguendo il Progno penso di tornare a Verona passando da Casette, San Martino, Montorio.  Subito è la mobilità che colpisce. Ci sono troppe macchine in giro. 61 veronesi su 100 ne possiedono una e la adoperano in modo scalcagnato. Quindi occhi davanti e dietro, perché, come dice il mio amico stambecco del Carega "le vipere sono qua in città non su in montagna".

La striscia di asfalto sul lungadige Attiraglio fa tenerezza, a ricordo del grande assente. Una rete di ciclabili nord europee, come Dio comanda. Qua abbiamo spezzoni senza senso. Comanda il dio auto. Porta Palio: la rotonda e passo sopra ... i sottopassi! Mi sovviene "Memento mori", pensando alla sicura traduzione che farebbe Corsi: "Ricordete de la galeria de Mori".

Eccoli qua i memento a futuri trafori. Gli è però che non siamo così pessimisti come Sperotto, secondo cui in qualche decina di anni la costruenda autostrada delle Torricelle (una segatina) andrà a saturazione di traffico. No! E' più facile che fra trent'anni sarà percorsa da qualche tristo SUV. Trainato da ... buoi.

Stazione P.N.: di fronte l'autostazione delle corriere. L'intermodalità, le coincidenze? Una pia illusione! Ma perché ad Amburgo posso caricare la bici sul treno, poi sulla StrassenBahn, scendere nella U-Bahn, montare sulle corriere, e passare agli autobus? Altra segatina.

Passare attraverso il centro mi riempie di cupi presagi. Quindi meglio fare il Boschetto, un po' di sterrato. Lì, solite borse di immondizie, immutabili. Rimugino sul perché il decoro valga solo in Piazza Brà o via Mazzini? E perché non ci organizziamo, noi di "Veramente", per fare qualche azione di pulizia?

Altra segata al ramo che ci sostiene.

Prima della Diga Di Santa Caterina non c'è più il bel canneto di una quindicina di anni fa. Ma ecco un fatto positivo : il parco dell'Adige (Sud). Anche se, ahimè, è un'esigua striscia su cui premono fonderie e cemento. Gli alberi piantati al Giarol Grande mi rasserenano. Riponiamo per un momento la sega.

Molini. Attraverso via Unità d'Italia e Piazza del Popolo. Vado verso Montorio: mi accompagnano villette, aree Peep, il mostro della Telecom. La sega torna prepotentemente in funzione. E' la metropoli diffusa (Turri) che si mangia le aree verdi attorno alla città. Gli incolti intrappolati vengono subito etichettati come aree di degrado.

Ed è la scusa per infilarci qualche lottizzazione dalle tinte oggi insulse: celestino, verdino, giallino, ... I gonzi si fanno attirare anche da questi colori, oggigiorno. Da veri preveggenti, e in pochi attimi, andiamo a cementare e asfaltare terreno fertile costituitosi in migliaia di anni che non potrà più essere utilizzato per fini agricoli e quindi per scopi primari di nutrizione.

Finalmente fuori dalla civiltà. O quasi. Passo corti tristemente diroccate, chissà perché, queste, non ristrutturate: Prima, Seconda, Terza Ca' Nova. Un rosario di muri cadenti e travi ... in vista. Cemento su antichi, un tempo nobili, sentieri: i SUV non devono sporcarsi le ruote quando salgono di qua. Altra segatina. Le vie di collegamento secondarie hanno perso la loro funzione: adesso collegano non luoghi.

Giù di botto, a Cà Brusà. Attraverso la provinciale e su a San Briccio. Lo sguardo si volge lontano a ovest e per associazione di ideepenso all'agognato passaggio a Nord Ovest, tra Oceano Atlantico e Pacifico. Che qui da noi, più modestamente diventa "el buso tra Poian eAesa". Il Baldo ha pudore a mostrare il vestitino bianco. Anche il clima in quest' vent'anni è cambiato. La Neve, dov'è? La Nebbia, dov'è? La Galaverna, dov'è? L'acqua dell'Adige dov'è? E il freddo? Il grande assente.

Consumate, gente. Consumate. Che l'economia deve andare avanti. Consumate terreno fertile, consumate acqua di falda ... Qui, sega circolare, per favore!

Prima di arrivare a San Briccio, orrende colate di cemento per tener su la scarpata sono prostrate ai piedi dei nuovi campanili, le gru. Imbocco quello che una volta era il sentiero del CAI numero 6, adesso ridotto ad una striscia di cemento ed asfalto (segata). Ai lati, per qualche centinaio di metri, villette e costruzioni al posto di prati, vigne e ulivi di una volta: altra segatina.

Passo i Montigarbi. Sento il claq claq dei bacchiatori elettromeccanici per raccogliere le olive. Paradossalmente, come lo aveva notato Turri, vengono ad abitare in collina per evadere dai rumori e dalla frenesia della città e poi usano decespugliatori, motoseghe ed adesso anche ‘sti bacchiatori. Il lavoro manuale è diventato bestemmia. Non c'è più tempo per fare qualcosa con il tempo che la biologia ha assegnato alla nostra specie.

Per non parlare poi delle fucilerie dei cacciatori. Ecco! Quelli si, sono diminuiti. Ma la pressione (cacciatori, pesticidi, habitat distrutti) sugli amici alati e così forte che ormai le specie si stanno rarefacendo a vista d'occhio. Restano solo i "nocivi": "grole", gazze, aironi, gabbiani... Anche le api ci stanno abbandonando nel nostro folle volo.

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