I candidati alla poltrona parlano di crescita, trascurando il vero problema: l'equità. Finché i rapporti tra le persone non saranno paritari, non c'è speranza che quest'economia porti a qualcosa di diverso dal baratro.

Strano gioco. L'unica mossa vincente è quella di non giocare.

(Wargames - Giochi di guerra, 1983)

L'aspetto più funesto della nostra economia è la crescente ingiustizia che esso produce e di cui si nutre.

Nessuna civiltà del passato ha fornito ai suoi membri il benessere di cui molti di noi possono godere, e il cittadino medio di una nazione occidentale ha un tenore di vita materiale paragonabile solo con quello dei più potenti oligarchi dell'antichità.

Nonostante questo, ciascuno di noi può raccontare una storia di prevaricazioni, angherie, iniquità, manco fossimo medievali servi della gleba. Tutto questo perché l'ingiustizia è la ragion d'essere del sistema capitalistico, e il benessere materiale è il compenso che riceviamo per aver partecipato e aver permesso a pochissimi di accumulare ricchezze inaudite.

Ma ahinoi, il benessere materiale non rende né liberi né felici: siamo diventati schiavi tristi del sistema che alimentiamo, e lo abbiamo fatto a scapito del pianeta, saccheggiato, depredato, inquinato, privato della sua capacità di rigenerarsi, e a scapito di miliardi di schiavi reali e materiali, non solo psicologici come noi.

La fregatura è che le relazioni umane, nella dominante società occidentale, si sono trasformate nel tempo da relazioni sociali a relazioni eminentemente economiche, e il modello prevede che ogni attore cerchi di trarre da ogni transazione il massimo profitto. In questi giochi molto competitivi, è normale che una delle due parti tragga notevole vantaggio dalla transazione, mentre l'altra, di conseguenza, ne trarrà notevole svantaggio.

Niente di male, per carità: uno spirito sportivo potrebbe dire 'oggi a me, domani a te' e andiamo avanti. Purtroppo però, i rapporti tra gli attori non sono simmetrici, anzi, a dire il vero sono molto asimmetrici, e lo stanno diventando ogni giorno di più. Questo significa che i turni tra prevaricatore e prevaricato non sono rispettati, e che il prevaricato tende a essere sempre lo stesso.

Lo squilibrio tra le parti può avere molte origini: asimmetrie informative, di potere e di struttura.

Asimmetrie informative

"Io so delle cose che tu non sai, e quindi ti frego"

Studiate e modellizzate in tempi relativamente recenti (anni '70 da Akerlof, Spence e Stiglitz, premi Nobel per l'economia nel 2001), alle asimmetrie informative è stato finalmente assegnato il ruolo di turbativa determinante al libero mercato. I premi nobel si sono impegnati a descrivere i rapporti tra assicuratore e assicurato, ma l'esempio più lampante di asimmetria informativa riguarda le borse azionarie, che trattano titoli di enti i cui segreti sono appannaggio di pochissimi e loschissimi operatori. I piccoli risparmiatori, in questo scenario, sono bestie da macello.

Asimmetrie di forza

"Io so che tu di questa cosa hai bisogno, e quindi ti frego"

È un caso che si trova agli estremi della curva della domanda e dell'offerta, e si verifica quando una delle parti si trova in stato di bisogno, come avviene spesso quando si tratta di materie prime alimentari in paesi non ricchi.

Asimmetrie di struttura

"Qui le regole le faccio io, e quindi ti frego"


È l'asimmetria che si verifica quando l'intero contesto in cui avvengono le transazioni è stato progettato per impedire la parità tra le parti. Un esempio è la differenza tra l'antico mercato di paese, dove i contadini andavano per vendere e comprare, e il moderno centro commerciale, dove è possibile solo acquistare, e le transazioni hanno quindi una sola direzione.

Date queste premesse, non ci deve stupire il baratro in cui l'intero sistema si sta tuffando: lo spostamento di ricchezza dai più poveri ai più ricchi è sotto gli occhi di tutti, e solo in malafede si può ritenere che questo sia per il bene della collettività.

Vent'anni fa in molti avemmo una visione: la Rete sarebbe divenuta il luogo virtuale degli scambi paritari, eliminando alla radice sia le asimmetrie informative che quelle strutturali. "Non è possibile ambire a 'magnifiche sorti e progressive' data una condizione che discrimina la maggior parte della gente," scriveva Danilo Moi nel lontano 2003, nel suo articolo "Private transactions: Microtransazioni biiettive e net-economy," in cui pose per la prima volta il problema della biiettività, ovvero la bi-direzionalità dei flussi (in questo caso di denaro) tra le persone.

Ma così non fu: la rete si rivelò ben presto uno scarsissimo strumento di democrazia e un ottimo sistema per il cazzeggio. Anzi, a ben vedere, la rete è il non-luogo in cui si realizza la disparità che genera la fregatura.

Oggi la parola 'equità' è scomparsa dalle agende politiche dei partiti, anche di quelli che si considerano di sinistra, ed è stata sostituita dalla parola 'crescita'. Il sistema spinge a rapporti di forza sempre più iniqui, e chi parla di equità, parità, giustizia è considerato vecchio e inadeguato.

È quindi più trendy parlare di crescita, l'unico strumento per rendere sopportabile la disuguaglianza. È vero: nelle fasi di espansione il ricco cresce molto e il povero cresce poco, ma l'aspettativa del povero di migliorare la propria condizione sopperisce al suo senso di frustrazione per l'ingiustizia percepita.

Così, la crescita è lo squallido sotterfugio per nascondere la spazzatura dell'ingiustizia sotto il tappeto del benessere materiale. Oggi è evidente come l'ideologia della crescita sia folle e menzognera. Se c'è equità non c'è bisogno di crescita.

L'unico modo per combattere la povertà è favorire l'equità in modo strutturale. Siamo certi che, finché i rapporti tra le persone non saranno paritari, non ci sarà speranza che quest'economia porti a qualcosa di diverso dal baratro.