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La prima guerra dell'acqua (I puntata)

 
Prima guerra dell acqua 3037

L'ombra del broglio incombe sul risultato del referendum. Solo la chiesa, gli osservatori internazionali e la scienza statistica possono vigilare sul quorum. Il fogliettone di veramente.org.

Una spiaggia al tramonto, un bosco, pini mediterranei, la natura, il sole arancione all'orizzonte. Un uomo e una donna guardano seduti sulla sabbia il mare, mano nella mano. No! Orrore. La parte bassa del loro corpo non è umana: è di pesce.

Un fulmine squarcia il cielo, un albero si incendia. Il bosco è in fiamme: decine di sirene spaventate si tuffano in mare. Apriti cielo.

E il cielo si apre sul serio: dall'alto una figura di bianco vestita arringa le sirene in fuga. È il papa.

E grida, grida "Sodoma e Gomorra, nessuno si salverà". (Perché mai uno deve urlare così forte?)

E tuoni, e fulmini, e pioggia di zolfo.

"Il disegno divino non va contrastato!" grida ancora l'invasato.

Al centro della spiaggia, illuminata dall'unico raggio di sole filtrato attraverso una nuvola, una donna, una donna intera intendo, sì, insomma, donna anche sotto, rannicchiata in posizione fetale, nuda, cerca di coprirsi.

"Evelina!" tuona il pontefice. "Evelina, il disegno di Dio è imperscrutabile, non c'è mente umana che possa capirlo, né tantomeno giudicarlo."

"No, no" grida Evelina.

"Credi di poter giudicare gli emissari di Dio?"

"No, no" di nuovo Evelina.

Ma lui sembra proprio essere sordo: "Bestemmia!", grida, e prende in mano un grosso fulmine, tipo Zeus (oops, sto facendo un po' di casino con le religioni), e lo scaglia sulla povera inerme.

"Noooo .."

Evelina Berti, trentotto anni, seduta sul letto, sudata e ansimante.

Erano le 3:18, del 10 giugno.

Guardò il marito. Steso bocconi, ricordava il relitto di un batiscafo sovietico in un film del secolo scorso visto da bambina. Era enorme, e soprattutto non dava segni di vita, tranne un leggero sibilo della gola.

Decise per il sonnifero: una dose da cavallo, si ricoricò.

Era una settimana che veniva svegliata da sirene e pontefici.

Cosa c'entravano le sirene?

Ratzinger non era una novità: la perseguitava da anni, con la sua immagine severa, la arringava spesso di notte; ma quella era una turba comune con l'ottanta percento della popolazione cattolica mondiale: dopo anni di Ratzinger era il minimo che ci si potesse aspettare.

Ma la sirena non riusciva a spiegarsela, né tanto meno era chiara la sua relazione col pontefice massimo.

C'era poi il problema delle premonizioni: il sogno ripetitivo era sempre stato un segnale di qualcosa che si sarebbe avverato. Erano normalissimi sogni nati da sensi di colpa latenti. Il problema era che i sensi di colpa nascevano da fatti non ancora avvenuti, ma che si verificavano con sorprendente puntualità. Come quella volta in cui aveva sognato di percuotere con una mazza le gambe di suo figlio: dopo una settimana di incubi il piccolo le si allontanò nel parco e si ruppe una gamba.

"Evelina, svegliati. Oggi tocca a te portare a scuola il piccolo", la voce era quella del marito.

"Il piccolo ha tredici anni, e sarebbe ora che ci andasse da solo, a scuola", replicò Evelina stirandosi.

"Per quest'anno è andata così. Ci penseremo l'anno prossimo: oggi è l'ultimo giorno," disse il batiscafo.

Fu allora che le vennero in mente le sirene. "Sai, le ho sognate ancora"

"Dammi retta,
" disse il bestione aggiustandosi la cravatta, "non pensarci".

Il preside della facoltà l'aveva convocata d'urgenza: "Lei dovrebbe sostituire il fu dottor Ivanisevic, per un incarico particolare."

"Che è successo a Ivanisevic?", chiese Evelina, stupita sia dalla notizia che dall'insensibilità del preside.

"Un incidente stradale", rispose Scotti, e continuò, come se la cosa non avesse importanza, "è attesa domani a Pisa."

"Di cosa si tratta?"

"Non lo so. All'Università, vada in segreteria e chieda del signor Lessing. Le darà tutte le disposizioni".

"Io da domani sono in ferie", replicò, pensando a quella malga nelle alpi svizzere, isolata dal resto del mondo, dove avrebbe voluto passare il prossimo mese.

"Non può. E ora, se mi vuole scusare..." e la abbandonò davanti alla macchinetta automatica del caffè, senza nemmeno attendere una risposta.

Merda! pensò Evelina, ma il preside aveva ragione. A contratto scaduto, una ricercatrice precaria dell'istituto di statistica non poteva permettersi di rifiutare un incarico.

Pisa era il luogo dove in quei giorni si valutavano le schede del referendum sull'acqua, l'unico referendum dal 1997 ad avere qualche possibilità di aver raggiunto il quorum, e questo senza quasi alcun apporto da parte dei partiti, ormai sempre più invisi ai cittadini.

Ecco, un lavoro del genere poteva dare una svolta importante alla sua carriera, magari si liberava un posto fisso da qualche parte, chissà.

L'esito del referendum sull'acqua era in bilico: se da un lato i SI avevano percentuali rilevantissime, il raggiungimento del quorum del 50% più un voto era stato contestato, e i primi dati usciti parlavano di quorum raggiunto, anche se per poche centinaia di voti.

I promotori del referendum avevano festeggiato: l'acqua poteva rimanere pubblica! Purtroppo le pressioni dei potenti e l'esiguità del risultato convinsero il ministro dell'interno a ricontare non i voti, ma, prima volta nella storia democratica italiana, i votanti.

Il comitato per l'acqua bene comune, promotore del referendum, aveva contestato questa decisione, e la situazione diventò incandescente quando qualcuno denunciò che c'erano questioni poco chiare all'atto del riconteggio, alcuni loschi figuri erano stati visti da testimoni armeggiare sui documenti in alcuni collegi-chiave, dove guarda caso la percentuale dei votanti era stata bassissima.

Si disponeva di due serie di dati, una raccolta 'a caldo' a referendum in corso, costantemente aggiornate via via che il tempo passava, l'altra era quella raccolta dal Viminale pochi giorni dopo lo scrutinio.

La prima aveva stabilito che il quorum era stato raggiunto per circa 700 voti, un'inezia, la seconda invece dava il quorum non raggiunto per meno di 300 voti.

Ci fu una specie di insurrezione popolare, con manifestazioni e scontri di piazza, alcuni anche piuttosto gravi, e il governo se l'era fatta sotto, chiedendo l'aiuto degli osservatori internazionali.

La presenza degli osservatori era un segnale inquietante per la matura e austera democrazia italiana, ma la cosa peggiore era che il loro mandato, a elezioni ormai avvenute, era assai confuso: cosa avrebbero dovuto fare?

La prima mossa di Jimmy Carter, presidente di questa commissione post elettorale, fu quella di sospendere la validità sia del primo conteggio, sia del secondo, e di riprendere in mano tutta la documentazione cartacea, per effettuare un terzo e decisivo conteggio.

Purtroppo, come spesso avviene in questi casi, una serie di violenti incendi distrusse gli archivi in cui era stato depositato il materiale elettorale, nel frattempo inutilmente posto sotto sequestro dalla magistratura.

Casualmente, i luoghi dove erano avvenuti gli incendi (tutti dolosi ed estremamente 'professionali') erano giudicati ad alta penetrazione della criminalità organizzata: Campania, Sicilia occidentale, Milano.

La tensione sociale era al massimo, gli scontri di piazza si moltiplicavano e la stabilità delle istituzioni era messa seriamente a rischio. In questa situazione fu pesante il ruolo della Chiesa. Il Vaticano si propose come mediatore tra le parti, e affiancò la commissione di osservatori nel dirimere la questione.

Il clero presentava notevoli punti di interesse, era super-partes, e aveva al suo interno entrambe le posizioni politiche sull'argomento: da un lato i monaci Stimmatini, che erano tra i promotori del referendum e ovviamente contro la privatizzazione, dall'altro l'Opus Dei, fortemente schierato per la privatizzazione.

Evelina non aveva scelta: il suo contratto a progetto era appena scaduto. Un mese di pausa di rito, e sarebbe stato rinnovato per altri sei mesi, dicevano. Rifiutare quell'incarico di emergenza avrebbe voluto dire addio al contratto e alla carriera. Fu così che convinse marito e figlio ad andare in montagna dalla zia Teresa da soli. Lei avrebbe preso il treno per Pisa.

Fine della prima puntata - leggi la seconda

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