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La prima guerra dell'acqua - III puntata

 
Prima guerra dell acqua 3173

Il fogliettone di Veramente.org - Dopo l'attentato e i primi morti, per la povera Evelina è ora di passare all'azione. Per fortuna a Pisa c'è una vera amica.

Riassunto del prologo e del capitolo I:

Guai grossi per una ricercatrice precaria: deve scoprire chi ha imbrogliato le cifre del referendum sulla pubblicizzazione dell'acqua. Una scia di morti accompagna il suo incarico, e lei stessa è viva per miracolo.

La borsa azzurra con i dati delle consultazioni rappresenta la sua condanna e la sua possibile salvezza.

Grazie a dio c'era Elisabetta, a portata di taxi, la classica donna giusta al momento giusto. Lina l'aveva frequentata, ma solo telematicamente, dai tempi dell'attivismo universitario per il WWF. Sapeva che abitava a Pisa, e ne conosceva l'indirizzo.

Elisabetta era di poche parole, e gliene bastarono poche: "Ciao, sono Evelina Berti, vogliono uccidermi, devo nascondermi."

Un vecchio palazzo del centro storico, una vecchia amica, anche se mai vista prima, discreta e rassicurante, e un bicchiere di cognac erano quello che ci voleva, per farle tirare il fiato, e farle fare il punto della situazione. Chi voleva ucciderla? Cosa sapevano di lei? Elisabetta era la spalla ideale: poche domande, molte risposte.

Guardarono in silenzio il telegiornale, che riportava tra le notizie locali la morte misteriosa di Lessing, alto funzionario del Vaticano. L'ipotesi più probabile, al vaglio degli inquirenti, era naturalmente il suicidio.

Ma fu la trasmissione successiva a mostrare che la situazione era peggiore di quanto potesse immaginare: nell'ennesima puntata di "Chi l'ha visto?", due vecchini tristi chiedevano notizie dell'unica figlia, ritratta in una foto, che assomigliava clamorosamente a Evelina. Ma quale somiglianza! "Quella... quella della foto sono io, nella stanza del Daunia," disse Evelina. Infatti era chiaramente distinguibile, dietro la testa della donna, l'immagine di San Karol da Wadowice, che adornava la stanza dell'albergo Daunia.

"Mi troveranno, fanno davvero sul serio," pensava Evelina. Non capiva se provava più paura, o rabbia. "Guarda quei due vecchi venduti, che aria innocente".

La voce della conduttrice li interruppe: "Stanno già arrivando risposte degli spettatori. Se qualcuno potesse metterci in contatto direttamente con l'interessata potremmo risolvere il caso in tempo record."

"Betty, ho bisogno di un telefono: devo chiamare mio marito".

Il marito e il piccolo erano in una baita isolata. Un angolo sperduto della Svizzera, lì "chi l'ha visto" non lo guardano di certo. "Basta chiamare l'unica trattoria del paese: manderanno senz'altro qualcuno a chiamarli", pensò Evelina. Senza radio, senza televisione, isolati in mezzo ai monti: una fortuna, date le circostanze.

"Ciao, Lina. Per fortuna mi hai chiamato... Ho lasciato il cellulare a casa."

"Non sai quanto sei fortunato... Luca come sta?"

"Deve ancora abituarsi al clima. Quando finisci quel lavoro?"

"Il 17"

"Bene, ti aspettiamo. Se d'ora in poi potessi fare a meno di chiamarci, te ne sarei grato. Hanno dovuto mandare il ragazzino al buio a prenderci fino a qui".
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"Va bene, non preoccuparti: ci vediamo il 18".



Marito e figlio erano al sicuro. Ma lei era condannata irrevocabilmente a morte. Aveva solo due possibilità: stare nascosta per il resto della vita, o effettuare le sperimentazioni e consegnarle al comitato. Solo se fosse riuscita a fare ciò che i suoi persecutori temevano, li avrebbe smascherati.

Era deciso. Avrebbe cercato di risolvere la questione da sola, fare i test, consegnare quei risultati alla Commissione, denunciare tutto alla polizia e alla stampa.

E Betty, l'amica di sempre, le avrebbe dato una mano.

"Dunque, vediamo: ho bisogno di un travestimento, e un computer potente". Il piano di Lina stava prendendo forma.

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Dentro questo negozio fu vista per l'ultima volta la vecchia Evelina, capelli lunghi e neri, abbigliamento poco appariscente. Ne uscì una specie di sciantosa dai capelli rosso fuoco, dall'abbigliamento vistoso e occhiali da sole. A tracolla, la preziosa borsa con il computer di Ivanisevic.

Si sentiva quasi più imbarazzata che impaurita: gli sguardi degli uomini, era l'ora dello struscio dopo cena, colpivano le sue forme esili come mai avevano fatto prima.

Il laboratorio di informatica dell'università di Pisa era l'unico posto dove Evelina potesse eseguire il lavoro commissionato. Elisabetta lavorava lì, e in quel periodo, approfittando della fine delle lezioni, era tutto chiuso per lavori. Per entrare fu sufficiente rompere il vetro della finestra che dava sulle mura della città.

Evelina si impossessò velocemente dal server, che fece partire grazie a un live-cd in cui aveva caricato il software che eseguiva il suo algoritmo.

Il lavoro da svolgere era in due fasi: la prima consisteva nell'acquisizione dei dati dal PC di Ivanisevic, la seconda era la verifica di congruità statistica.

Erano le 22:31 di giovedì 11 giugno. Mancavano 5 giorni, 9 ore e ventinove minuti all'ora X, in cui si sarebbe riunita la Commissione Etica della Santa Sede. Evelina iniziò l'importazione dei dati.

Furono tre giorni intensi, il lavoro da fare era enorme, e tutto procedeva a grandi passi.

Le donne passarono tutto il tempo nella scuola, accampate alla meglio nella sala professori, quando non erano davanti al computer a controllare il processo o lo stato del server, perennemente alle prese con problemi di temperatura.

Niente telefono, cellulari spenti, l'unico rapporto col mondo esterno era la radiolina presa dall'ufficio della preside.

Fu in una delle rare pause, che sentirono la notizia: "Un piccolo aereo da turismo cade in pieno centro residenziale a Bologna, vicino a piazza gramsci. Il pilota, espulso prima dell'impatto, si è salvato. Pare che abbia perso inspiegabilmente il controllo, forse un guasto al computer di bordo. Gravi danni a un'abitazione privata, in via dei Tulipani, 24. Si sta scavando nel villino. Degli abitanti, ancora nessuna traccia".

"Casa tua?", chiese Elisabetta.

"Casa mia", rispose Evelina, impietrita.

Fine del II capitolo, leggi il III

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