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La prima guerra dell'acqua - IV puntata

 
Prima guerra dell acqua 3181

Il fogliettone di Veramente.org - La vita di Evelina è davvero appesa a un filo, ma lei non si arrende. Ora che ha in mano le prove del broglio, non può più tornare indietro.

Riassunto del prologo, del capitolo I e del capitolo II.

Guai grossi per una ricercatrice precaria: deve scoprire chi ha imbrogliato le cifre del referendum sulla pubblicizzazione dell'acqua, schivando morti e attentati.

Ora ha in mano un documento che scotta, e ha ancora bisogno di aiuto.

La stanza di Riccardo Petrella ha i soffitti altissimi, un'oasi di frescura nel caldo della città. Evelina di fronte al professore. La sua voce è suadente, dolce. Si apre la porta. Una pistola, due colpi. Evelina per terra, dietro la scrivania. Il professore si alza di scatto, il suo braccio è ferito, le sue gambe sono... non ci sono! Ha il corpo di pesce.

Un movimento brusco e cadde il mouse dal tavolo di lavoro: si era addormentata, e le era occorso il solito sogno premonitore. Elisabetta, dal suo improvvisato giaciglio in sala professori, le urlò: "Tutto bene?"

"Sì, ho avuto un incubo, però il lavoro è finito".


Nella prima serie di dati, quella che dava il quorum raggiunto, non vi era traccia di irregolarità: i dati parevano essere casuali e congrui con le caratteristiche del seggio negli altri eventi elettorali.

Ma nella seconda serie, quella uscita dal Viminale con venti giorni di ritardo, che affermava il quorum non raggiunto, l'affluenza alle urne presentava anomalie in 26 seggi, tutti nelle zone in cui si erano verificati gli incendi. Vi era la sinistra ricorrenza di una percentuale dei votanti. Una percentuale troppo bassa, ma soprattutto ripetuta troppe volte, per essere considerata credibile.

Betty chiese se non era il caso di rivolgersi alla polizia, ma Evelina ne aveva viste troppe per fidarsi di chicchessia: l'unico modo per salvarsi era far arrivare i risultati del test a chi di dovere. Erano le 2:15 di mercoledì 15 giugno: 33 ore e 45 minuti all'ora X.

Doveva mettersi in contatto con qualcuno, urgentemente, qualcuno di cui poteva fidarsi, ma chi? D'improvviso, un ricordo: l'email del collega di Riccardo Petrella, tani65@interfree.it

Un'occhiata al sito internet di Shigeo Tani: come tutti i cyberfighetti, riportava una chiave pubblica di cifratura. Era possibile mandargli una email criptata, quindi anche se la casella fosse stata sotto controllo, ci avrebbero messo del tempo, prima di decifrarla.

Scrisse "Sopra la panca", codificò il messaggio con la chiave pubblica di cifratura, e spedì. Guardò l'orologio. "Tre e ventisei, sarà ben difficile che qualcuno risponda". Alle tre e ventotto c'era in arrivo una risposta.

Il messaggio era compost da una sola parola: 'sirena'. Tombola.

I sostenitori dell'acqua pubblica avevano bisogno di quelle prove e di quei documenti e le stavano provando tutte per mettersi in contatto.

Iniziò a scrivere la mail di risposta. "Conosci un posto sicuro?" chiese a Elisabetta.

"Scrivi i giardini qui vicino, alle sei, a quell'ora non c'è nessuno".

"Meglio le cinque: alle sei c'è troppa luce"
, concluse Evelina, e inviò la mail.

Ore quattro e cinquanta, parco della Rugiada, Pisa. Il corpulento Shigeo Tani, esponente dell'opensource mondiale, attivista, ecologista, imprenditore e "venture capitalist", scelto da Riccardo Petrella come uomo di fiducia al di sopra di ogni sospetto, si trovava in una situazione a dir poco disdicevole.

Abituato a comunicare col mondo attraverso il suo blog, e a investire il suo enorme patrimonio in attività che avevano a che fare con le nuove tecnologie, non si trovava suo agio nei panni di una specie di 007, e nei giorni recenti aveva dovuto abituarsi alle situazioni più strane. Più di tutto, era spaventatissimo dopo la morte di Lessing. Quelli stavano giocando davvero pesante.

Ma come aveva fatto quella ricercatrice ad arrivare a lui? Un miracolo! Riccardo Petrella aveva proprio visto giusto, scegliendola! Attraversava il parco con circospezione. Forse non era un caso che l'appuntamento fosse in quel luogo, così pieno di pupazzi a grandezza naturale. Giochi per bambini o scenografie teatrali? In ogni caso la luce dell'aurora non gli consentiva di distinguerli che a poca distanza. Era il posto ideale per una trappola. Ce ne fosse uno che si muovesse!

Su una panchina, notò la borsa azzurra, che conosceva bene. Si avvicinò con passo sicuro, senza fare cenni né col capo, né con le mani, ma con un sorrisetto stampato sul viso, come usa fare il miope nell'avvicinarsi a qualcuno che crede di aver riconosciuto. L'assenza di gesti impedisce di fare movimenti compromettenti, difficilmente dissimulabili nel caso la persona non fosse conosciuta. Ma il sorriso stampato in faccia sta lì a dire, eventualmente, "ti ho riconosciuto da un pezzo".

Come prevedeva, si ingannava. La donnina seduta sulla panchina era un pupazzo. Ma la borsa, usata come esca, era proprio quella di Riccardo Petrella.



"Sopra la panca"
sentì da una voce di donna. Shigeo mise la mano nella fondina ed estrasse la pistola.

"Non si muova. Siamo armate," ripeté la voce, e due forme prima immobili gli si pararono davanti, con la maschera antigas. Una delle due teneva in mano, con fare minaccioso, una beuta di vetro, con un liquido azzurro fosforescente, tappata con un tappo di sughero.

"Sono Tani, sono incaricato da Riccardo Petrella," esclamò gettando la pistola.

"Vorrebbe essere così gentile da darmene una prova?"
chiese la ragazza della beuta.

"Mi scusi, sirena".


E guardò incuriosito quelle donne riporre l'ordigno e sfilarsi la maschera.

"Ma che razza di arma sarebbe?"

"Non rida: è una bomba chimica che ho costruito nel laboratorio chimico dell'università,"
rispose Evelina. "Rudimentale finché si vuole, ma uccide all'istante nel raggio di due metri, e, se non si sbrigava a darmi la risposta, adesso non saremmo qui a parlarne".

Quella donna era una fonte inesauribile di sorprese, pensò Shigeo. "Mi dia pure la valigia, domani mattina la consegnerò personalmente alla commissione vaticana".

"Se non le dispiace, signor Tani,"
rispose risoluta Evelina, "da questa borsa dipende il futuro dell'acqua, e casualmente anche la mia vita e quella della mia famiglia: preferirei assicurarmi personalmente del suo arrivo a destinazione. Nel frattempo, potrà raccontarmi per bene tutta questa assurda storia."

Evelina abbracciò Elisabetta, l'amica di sempre, confermatasi determinante per salvarle la vita.

Un breve, furtivo sguardo d'intesa, ed Evelina salì nell'auto del magnate nipponico, con la borsa azzurra saldamente in grembo.

Fine del III capitolo, leggi il IV

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