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Saigon, m***a

 

Una ricerca rivela che il Vietnam è la nazione che si avvicina di più all'idea di welfare sostenibile. Occidente sconfitto, e c'è pure il problema delle esternalità.

Più benessere si raggiunge in un paese, maggiore l'impatto ambientale. Le economie occidentali, culla del liberismo hanno un dispendio di risorse eccessivo. E il benessere che conseguono è spesso a scapito dei paesi poveri.
"Saigon, m***a. Sono ancora soltanto a Saigon." Sono le parole, pronunciate dal capitano Willard, che danno inizio al celebre "Apocalypse Now" di Francis Coppola, del 1979. Ed è quello che devono aver pensato gli ultraliberisti a leggere i risultati della ricerca condotta dall'Università di Leeds e pubblicata sul sito di Nature, di cui ci dà conto Riusa.eu nell'articolo "Nei limiti del pianeta".

La ricerca si è posta una domanda: "esiste un paese che soddisfi i bisogni fondamentali dei suoi cittadini, in termini di vita lunga, sana, felice e prospera, ma usando risorse naturali a un livello sostenibile?" E la risposta è stata "no". Detto questo, il paese che ci si avvicina di più non fa parte dell'ex blocco occidentale, ma è il rosso Vietnam.

Il paese di Ho Chi Minh è l'unico che, nel grafico in Figura 3, si trova vicino al quadrante virtuoso, in alto a sinistra, ovvero nella zona dove si raggiungono più risultati sociali utilizzando meno risorse.

Il comunismo, o ciò che ne resta, dà un brutto colpo all'Occidente. È vero che altri paesi formalmente comunisti, come la Cina, sono ben lontani dal quadrante virtuoso, ma il risultato sorprende comunque.

La ricerca mostra chiaramente un risultato purtroppo abbastanza intuibile, ovvero che più obiettivi di benessere si raggiungono in un paese, maggiori sono i confini biofisici che si tende a trasgredire. Per cui le grasse economie occidentali, culla del liberismo, tendono sì a cogliere molti obiettivi, soprattutto a riguardo di ricchezza e libertà, ma lo fanno con un dispendio di risorse eccessivo, testimoniato dagli USA, estremo in alto a destra. È un po' come dire che le economie basate sulla libera iniziativa sono efficaci nel raggiungere gli obiettivi, ma non efficienti.

Per converso, le economie non liberiste, quelle rette da governi accentratori, sono in genere localizzate (tranne il Vietnam) nella parte bassa del diagramma, sostanzialmente a causa dello scarso rispetto per i diritti umani. Anche questo non sorprende, e comunque siamo d'accordo con le considerazioni dei ricercatori: dove non c'è libertà, non ci può essere benessere.

Tutto questo è vero solo a un esame superficiale, tagliato un po' con l'accetta. In realtà c'è una grossa variabilità tra paesi occidentali. Come dire: c'è Occidente e Occidente. Pur essendo tutti nel quadrante in alto a destra, alcuni paesi hanno performance nettamente più basse: "Preoccupante," leggiamo nell'articolo, "il risultato dell'Italia, che ha lo stesso livello di soddisfazione dei bisogni dei cittadini del Vietnam, ma usando il triplo delle risorse. Oppure usa le stesse risorse della Germania per ottenere la metà in termini di soddisfazione dei cittadini."

Ma, anche al netto di queste considerazioni intra-OCSE, ci pare che questo modo di vedere nasconda una parte della realtà. La ricerca si concentra su ogni nazione come se fosse un'isola, quindi come se lo sfruttamento ambientale danneggiasse soltanto i cittadini della nazione sotto esame. Non è così: sappiamo per certo che il benessere dei paesi occidentali è ottenuto usando eminentemente risorse di paesi esterni.

In altre parole, le peggiori violazioni ai diritti umani sono compiute dalle multinazionali occidentali. Che però sono abbastanza furbe da nasconderle in luoghi ignorati dal turismo di massa, andando a peggiorare la qualità della vita in quei paesi. Sono quelli che i militari USA chiamerebbero danni collaterali.

Ciò consente agli occidentali di continuare a consumare e non preoccuparsi dei bambini che muoiono per il coltan o altre terre rare in Congo, o degli schiavi in ​​Bangladesh che mantengono bassi i costi di produzione dell'abbigliamento, e anzi si bevono le fanfaronate eco-green di aziende come H&M (vedi La bufala della moda sostenibile, Inquinamento da viscosa, Grandi marchi si bullano col riciclo in negozio).

È tutta colpa delle multinazionali? No: la politica ha un ruolo fondamentale in questo campo. Del resto, attendersi che le corporation che spadroneggiano in Occidente lavorino a beneficio dell'umanità è utopico. Dovrebbero essere i politici a regolamentare l'attività economica, anche off-shore, degli operatori economici.

Invece che fare pubblicità all'iPhone, come fa Renzi, i politici dovrebbero imporre, sulla scatola di ogni iPhone, una foto di un bambino congolese di 10 anni costretto a lavorare in un buco nel terreno, proprio come le foto di polmoni in decomposizione che mettono sui pacchetti di sigarette. Altro che Web-Tax!

La sostenibilità. ovvero l'ambiente, dovrebbe essere in testa all'agenda delle promesse elettorali di ogni partito. Non ce n'è traccia.

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Utente: Imliver

Re: Valutazioni discordanti

Sono due ricerche diverse. Quella dell'università di Leeds (dell'articolo) valuta l'impatto dei cittadini di un paese rispetto alle risorse mondiali, quella dell'università di Yale (del commento) valuta l'impatto dei cittadini rispetto alle risorse del loro paese.

Per spiegarmi meglio, se Berlusconi e Trump fossero gli unici abitanti del Canada, il loro impatto, comunque alto, visto il loro tenore di vita, sarebbe considerato eccessivo dalla ricerca di Leeds, e pienamente compatibile da Yale.

Per contro, gli abitanti dell'India per Leeds hanno una pagella ambientale discreta, perché l'impatto di ciascuno di loro è molto basso, ma per Yale sono ad alto impatto perché sono in molti.

Personalmente credo abbia più senso la valutazione di Leeds.