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Que viva la revolucion. O no?

 
2013 que viva revolucion 11130

Dipendenza dal lavoro, dal denaro, dall'automobile, dalla tecnologia digitale: siamo forse la prima generazione che vedrà il crollo del capitalismo, ma non abbiamo motivo di stare allegri.

Attenzione: articolo ad alto tasso di sfiga. I superstiziosi sono pregati di passare oltre o di munirsi di amuleti ed effettuare gli appositi scongiuri.

I segni della crisi del sistema sociale dominante, quelli che alcuni nostalgici si ostinano a chiamare capitalismo, sono visibili anche ai ciechi.

La nostra terra ci sta mostrando, attraverso ferite scoperte, i suoi limiti: eccesso di CO2 e surriscaldamento, scarsità di risorse essenziali come acqua dolce, fonti fossili di energia, metalli, fosfati, terre rare, ma anche una capacità di rigenerazione dall'inquinamento sempre meno veloce e reattiva.

Ma tutto questo è storia, un'evidenza che ha dissolto anche le fette di prosciutto più grossolane che adornavano gli occhi degli ultimi negazionisti. Ormai non si parla più del se, ma del quando, spostando a seconda delle proprie convenienze politiche, la data della catastrofe.

L'aspetto ironico della faccenda è che, sotto gli occhi attoniti dei suoi sostenitori, stanno crollando proprio i punti di forza del sistema in essere: la prosperità, la democrazia, la sicurezza, l'accesso alla ricchezza, l'american dream, la meritocrazia.

Prima ancora di incontrare il baratro dei limiti del pianeta, il sistema sta implodendo sui suoi stessi limiti: la crisi finanziaria ha creato un debito così imponente da non poter essere sostenuto da multipli cospicui di PIL mondiale, ed esplode trascinando nel suo vortice l'intera economia del pianeta, le cui componenti sono così dipendenti le une dalle altre da non avere scampo.

Questa situazione, abbiamo detto più volte, rappresenta una straordinaria botta di culo: siamo come un autobus (il sistema) lanciato a folle velocità verso un burrone (i limiti del pianeta), che prima di arrivare sull'orlo si sfascia sbuffando, sferragliando e perdendo pezzi. Eppure gli occupanti (noi) sbraitano e si agitano perché bisogna far ripartire il bus, ché non possiamo perdere il fondamentale appuntamento col burrone.

Tra tutti i fieri avversari del capitalismo, siamo probabilmente la prima generazione che ne vedrà il tracollo. E siamo purtroppo anche gli unici che non ne saranno contenti, perché dal crollo saremo spazzati via tutti, magri e grassi, belli e brutti, neoliberisti e keynesiani.

Rispetto ai nostri colleghi bolscevichi, barbuti e sessantottini, soffriamo di una maggiore dipendenza dal sistema contro cui lottiamo: l'interdipendenza ci ha contaminato. Non siamo più capaci di riparare una camera d'aria, una tapparella, una radiolina. Guardiamo una pianta di pomodori con lo stesso sguardo intelligente con cui un bonobo guarderebbe gli ingranaggi di un orologio meccanico.

Per poter campare abbiamo bisogno di denaro e, dunque, di un lavoro. E quelli che siamo costretti a fare (se siamo fortunati) sono strani assai. Lavori inutili se inseriti in contesti di piccole comunità rurali, le uniche che sopravvivranno a qualunque catastrofe.

Per lavorare, procurarci il cibo e sopravvivere abbiamo inoltre bisogno di un'automobile, costantemente rifornita di carburante a basso prezzo. E se si rompe ci deve essere nei paraggi un meccanico specializzato in centraline elettroniche, e un fornito magazzino ricambi.

La dipendenza dalla tecnologia digitale, poi, coinvolge soprattutto noi alternozzi: le nostre efficientissime reti sono raggiungibili solo via mail o cellulare. Se stai leggendo questo articolo hai sicuramente a disposizione (oltre agli amuleti) un PC, un tablet o uno smartphone, qualunque cosa queste parole significhino. Se dovessero bloccare internet, i primi a sparire saremmo noi.

Per questo siamo molto meno propensi dei nostri colleghi bolscevichi, barbuti e sessantottini a parlare della fine del capitalismo, e in fondo speriamo in cuor nostro che sia un po' più in là nel tempo. Ci comportiamo dunque come i negazionisti e le loro spesse fette di prosciutto.

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Utente: Gatto Miao

Hai ragione Michele, soprattutto sui lavori inutili. Si prospettano tempi davvero duri…altro che far ripartire la crescita "infinita" a cui pensano i nostri governanti…! Per tentare di cambiare direzione ci vorrebbero scelte condivise a livello mondiale ma, come avete già fatto notare, mettere d'accordo 7,5 miliardi di persone è una sfida complicata, anzi, complessa. Le cause di quello che stiamo vivendo, sono sempre quelle…riporto il link a un articolo che avevo postato su Veramente.org: http://www.veramente.org/wp/?p=8160 Sul discorso del perché si negano anche le evidenze se le previsioni sono infauste è un fatto psicologico naturale di autodifesa…certo che con tutti gli studi ed emeriti professori che abbiamo oggi nessuno che ponga questi argomenti in primo piano fa capire che anche la scienza sotto questo punto di vista ha "toppato". Ecco un altro articolo interessante sul negazionismo climatico e il perché la gente non si "sveglia". http://www.greenreport.it/_archivio2011/?page=default&id=16078
Utente: Gatto Miao

Il problema è che scelte strategiche importanti dovrebbero essere prese da chi ci governa...e invece si va nella direzione opposta perché è molto più facile fregarsene di tutto lasciando ai posteri(non si sa ancora per quanto) i problemi ingigantiti all'ennesima potenza. Ecco una riflessione di una persona che ha capito e che vede lontano: http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2499-le-stagioni-non-sono-piu-quelle-di-una-volta.html

"D'improvviso Obama si sveglia.

Quello che chiunque abbia un'età che abbia superato il mezzo del cammin di nostra vita può testimoniare è che "le stagioni non sono più quelle di una volta". Insomma, i cambiamenti climatici che stiamo vivendo hanno acquisito una rapidità mai sperimentata prima e quelle variazioni che nel corso della vita della Terra impiegavano secoli quando non millenni ora si avverano nel giro di qualche anno.

Il nostro pianeta è teatro di una complessità enorme, complessità di cui noi conosciamo solo una minima frazione, e su quella complessità raffinata si regge il suo equilibrio. Va da sé che quell'equilibrio può essere cambiato come e quanto si vuole: un nuovo equilibrio si formerà subito di conseguenza. Non è detto, però, che il nuovo scenario sia compatibile con la vita dell'Uomo o anche solo con il suo benessere. Le avvisaglie ci sono e sono molto chiare.

Essendo l'equilibrio delicatissimo, basta quello che a noi può apparire un nonnulla per alterarlo, ed è esattamente ciò che noi stiamo facendo dalla Prima Rivoluzione Industriale in poi in un'accelerazione che ora ha portato la velocità fuori del controllo del pilota, se mai un pilota cosciente di esserlo c'è stato o c'è."

....

"se un animale - l'Uomo, in questo caso – agisce interferendo con il proprio habitat, nessuno potrà mai dire che si sta recitando qualcosa d'innaturale. L'Uomo fa parte della Natura, la Terra pure e la reazione della Natura è assolutamente naturale perché la Natura non saprebbe fare altrimenti."

...

"Allora razionalità vorrebbe che s'imprima una brusca frenata ad un modo evidentemente fallimentare di concepire il consorzio umano e si cerchi di mettere pezze a tenuta laddove è ancora possibile farlo. Questo accantonando in fretta gli "scienziati – Lucignolo" e scegliendoci politici degni del compito di reggere virtuosamente la società.

Di fatto che si fa? Beh, davvero pochino."

...

"Tornando per un attimo ad Obama, da lui è arrivata, tra l'altro, la condanna delle micidiali centrali elettriche a carbone, peraltro già da anni in fase di chiusura in America. Eppure da noi sono la "novità". Alla foce del Po, in un parco naturale tanto bello quanto delicato a cavallo tra Veneto ed Emilia, la vecchia, inquinante centrale ad oli pesanti sarà alimentata proprio a carbone, certo non migliorando le cose. Di questi impianti ne abbiamo già 13 in Italia e le conseguenze sono note a chi non si tappa gli occhi e il cervello. Siamo pazzi? Ognuno si faccia la sua opinione.

Ma la follia nostrana, l'incapacità dei nostri politici, la "disinvoltura" dei nostri "imprenditori" non sono testimoniate solo dai grandi impianti: ora c'è la moda delle centrali cosiddette "a biomasse" dove il prefisso bio è il classico espediente per spacciare, rendendolo appendibile, un boccone velenoso. Queste piccole centrali non sono solo perfettamente inutili perché non ne abbiamo bisogno, ma devastano capillarmente il territorio con tutto quanto va al seguito, salute compresa.

Come è accaduto ormai troppe volte, noi arriveremo tardi a renderci conto di situazioni palesi e alla nostra dissennatezza e credulità verso scienziati e politici infedeli pagheremo un prezzo carissimo. Anzi, lo pagheranno i nostri figli che avranno tutto il diritto di non esserci grati."
Utente: Manutono

Infatti è proprio questo il punto siamo tutti diversi.

Ma se per esempio io arrivassi a possedere 1 milione di euro ( e se quello fosse il limite della ricchezza personale) ringrazierei tutti e mi goderei la vita , invece c'è chi non ne ha mai abbastanza ... Per vincere al monopoli...
Utente: Imliver

"ma se si pone un limite alla ricchezza individuale e un limite alle nascite l'umanità potrà cavarsela?"

Tecnicamente, sì. Ma mettere d'accordo 7,5 miliardi di persone a fare tutti la stessa cosa, e per di più a fare tutti la cosa più difficile, la vedo dura.

Anche all'interno dei movimenti antagonisti c'è di tutto: dai monetaristi agli iper-tecnocrati di Zeitgeist, dai seguaci della fusione fredda a quelli delle varie discipline new-age. Ognuno ha la propria ricetta magica in tasca e non c'è speranza di trovare una linea di buonsenso condivisa.
Utente: Manutono

Siamo verso la fine della partita del MONOPOLI
Utente: Manutono

In tutto questo catastrofismo, che condivido pienamente, vorrei mettere una lucina di speranza, molto flebile, che sarà sicuramente contestata: ma se si pone un limite alla ricchezza individuale e un limite alle nascite l'umanità potrà cavarsela? Ovviamente tutto ciò non preclude il fatto che come insegna la storia dopo i picchi ci sono le valli e che ci aspetta sicuramente un periodo di dura recessione , non solo nel senso economico.
Utente: Marispezia

Ziobèl, no l'è mia 'na bela situasiòn!

Ma fin che no finisse i schei ne le musine, tutti i fa finta che va tuto ben.
Redatore: Michele Dall'O'

Quasi completamente d'accordo: siamo arrivati al picco di ogni cosa, visibile o invisbile. Picco del petrolio, picco dei metalli. A cui adesso si aggiungono il picco del lavoro e quello della salute, con i tumori che si stanno diffondendo a macchia d'olio tra la popolazione. Non sono invece d'accordo sulla frase seguente: "...piccole comunità rurali, le uniche che sopravvivranno a qualunque catastrofe." No. Non sopravviveranno nemmeno loro, proprio per "l'interdipendenza" che "ci ha contaminato". Senza più fertilizzanti i campi diventeranno sterili, senza più antibiotici gli animali moriranno, le poche ed universali specie selezionate non saranno più in grado di sopravvivere alle mutate condizioni ambientali. E poi, perché, antropocentricamente, devono salvarsi i "migliori" della società occidentale, quelli che hanno capito tutto? Ecocentricamente, si salveranno quelle poche tribù di indigeni della Foresta Amazzonica o delle Isole Andamane che non si sono mai contaminati con il demone occidentale, se nel frattempo il climate change non avrà spazzato vi anche loro. E poi non vedo perché dovrebbero salvarsi degli umani quando sono 2 milioni di anni che stiamo rompendo i coglioni alla natura? Che torni a respirare un po' anche lei.